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L’Istat ha pubblicato il Rapporto sulla salute mentale relativo agli anni 2015-2017. Ciò che colpisce, alla luce del dibattito in corso sulla legge 180 nel quarantennale della sua entrata in vigore, è come in Italia esistano delle profonde differenze nei percorsi di cura della salute mentale da regione a regione. A variare è soprattutto sono i percorsi di cura che avvengono dopo le dimissioni da ricoveri per disturbi psichici. Nelle regioni del nord solo il 67,4% delle dimissioni avviene a domicilio contro 87,9% del centro e 87% del mezzogiorno. Questo perché nel nord il percorso residenziale alternativo al domicilio viene indirizzato maggiormente verso strutture residenziali rispetto al centro e al sud. Allo stesso modo esistono differenze significative a livello regionale nella distribuzione delle risorse destinate alla salute mentale. Vi sono regioni che utilizzano i fondi per potenziare maggiormente le strutture residenziali rispetto ad altre che invece privilegiano l’assistenza ambulatoriale e domiciliare.

Questi dati ripropongono quello che è stato uno dei problemi della legge 180/78 fin dall’inizio ovvero essere una legge quadro che lasciava alle Regioni discrezionalità sulla sua attuazione senza analizzare il problema delle risorse e dei finanziamenti creando, soprattutto all’inizio della sua attuazione, un enorme vuoto assistenziale. Uno degli argomenti più diffusi, a difesa della legge 180, è che i problemi non vengono dai contenuti ma dalla sua mancata applicazione. In realtà nella legge, nata da un compromesso storico fra Democrazia cristiana e sinistra, non è mai stato previsto quali fossero i modi e le risorse con cui si dovessero superare (giustamente) i manicomi proprio perché l’ideologia che vi era alla base stabiliva che bastasse de-istituzionalizzare per superare il problema della cronicità della malattia mentale. Non vi era nessuna ricerca sulla malattia mentale e sulla realtà psichica. Non solo le famiglie ma anche gli operatori vennero lasciati soli nel momento del passaggio dall’attività manicomiale a quella del territorio.

Questo vuoto di ricerca è quello che espone il fianco di coloro che da destra criticano l’impostazione della legge con il rischio di tornare così a una concezione custodialistica e basata sull’assunto della pericolosità sociale del malato. Storicamente tutte le rivoluzioni basate su presupposti ideologici e razionali sono state incapaci di proporre una trasformazione radicale della realtà umana e, conseguentemente hanno aperto la strada a restaurazioni violente come insegna la storia dell’Ottocento e del Novecento. Oggi la destra può governare senza idee riproponendo come nuovo la nostalgia e un paradossale ritorno al passato poiché la sinistra in Italia vive, ormai da decenni, una profondissima crisi di identità e sembra non aver più nulla da proporre neppure sul piano del riformismo.

Una politica che aspiri ad affrontare in modo radicale il problema della diseguaglianza e della giustizia sociale, drammaticamente riproposto dai fenomeni migratori in questo momento storico, è inevitabile che faccia riferimento ad una nuova antropologia che nasca dal superamento delle vecchie ideologie derivando da una ricerca sulla realtà umana considerata anche nei suoi aspetti irrazionali. È necessario in campo politico la proposizione di un nuovo paradigma culturale e scientifico che parta dall’affermazione dell’esistenza di una nuova psichiatria. Quest’ultima ha avuto inizio all’inizio degli anni Sessanta quando Massimo Fagioli si traferì nell’ospedale psichiatrico di Padova per lavorare sotto la direzione dello psicopatologo Ferdinando Barison: così facendo egli espresse un rifiuto nei confronti del manicomio lager di Venezia e del positivismo ottocentesco che ancora, in quella sede lagunare si basava sullo studio al microscopio di sezioni del tessuto cerebrale.

L’esperienza di Fagioli all’interno dell’ospedale padovano fu incentrata sulla psicoterapia di gruppo e su di un metodo terapeutico che permetteva di pensare che la segregazione manicomiale potesse essere superata, abbattendo recinti e reti di contenzione, facendo uscire all’esterno, senza incidenti, ancor prima di quanto avvenisse a Gorizia con Basaglia, interi gruppi di pazienti grazie alla fiducia e al rapporto che con loro si era stabilito. Fagioli non credeva comunque che la terapia fosse una semplice prassi di “liberazione” dall’oppressione istituzionale come suggerivano gli studi sociologici e la filosofia sartriana di quel tempo. Egli a Padova condusse una fondamentale ricerca sulla percezione delirante che gli apri la strada, anni dopo, alla comprensione della dinamica non cosciente, la pulsione di annullamento alla base della malattia mentale. Recatosi in Svizzera, a Kreuzlingen sul lago di Costanza a lavorare presso la famosa clinica Bellevue di Ludwig Binswanger, Fagioli scoprì che quest’ultimo era molto interessato a scrivere, a proporre elaborazioni filosofiche coltissime basate su Heidegger e Husserl anche se coscienti e astratte, e molto poco alla clinica. Invece la prassi del lavoro terapeutico di Fagioli con l’attenzione costantemente rivolta verso le dinamiche non coscienti lo portò a rifiutare l’idea ottocentesca, basata su di un razionalismo rozzo, che il manicomio inteso come spazio architettonico, come luogo potesse essere efficace per la cura. Giunse così a una messa in discussione radicale di quel pensiero che, più subdolamente delle camicie di forza, toglieva ogni speranza di comprensione della malattia mentale.

Fagioli aveva individuato il nucleo generatore non cosciente della patologia psichica che egli riconosceva nei vissuti dei pazienti ma le cui manifestazioni potevano essere individuate anche nella religione, nell’arte, nella filosofia e più in generale nella cultura. Con l’esperienza dell’Analisi collettiva, che ha coinvolto per più di quarant’anni decine di migliaia di persone in una prassi di terapia di formazione e di ricerca che si è svolta al di fuori dei quadri istituzionali conosciuti, lo psichiatra marchigiano ci ha lasciato un patrimonio di idee, di intuizioni, di analisi molte delle quali ancora tutte da sviluppare. Voler ridurre oggi il dibattito sulla psichiatria a un confronto sterile fra le ideologie dei basagliani e le critiche dei neocustodialisti, nostalgici del manicomio più o meno mascherati, che ripropongono un “luogo della cura” cavalcando il populismo di Salvini, sarebbe un drammatico regresso un tradimento dell’enorme ricchezza che la psichiatria grazie all’originale pratica dell’Analisi collettiva ha acquisito e ci mette a disposizione. Il “luogo della cura”, evocato dalla proposta di legge della senatrice leghista Marin, esplicitamente fa riferimento ad una frase di Ronald Laing, noto per aver utilizzato in ambito psicoterapico l’Lsd e l’ecstasy, ma implicitamente rimanda a Jean-Étienne Dominique Esquirol. Quest’ultimo progettò a Parigi, in collaborazione con l’architetto Émile Gilbert, la ristrutturazione a scopi terapeutici de l’asile de Charenton secondo uno stile razionalista neoclassico. Il luogo in se stesso, le mura, per l’imponenza della costruzione sarebbero state funzionali, secondo l’alienista francese, alla cura contribuendo a ricondurre la ragione dei malati nel giusto alveo. Le critiche di Massimo Fagioli a Franco Basaglia, che lui conosceva bene, affondavano le proprie radici nella sua esperienza quotidiana di confronto con la malattia mentale, nell’elaborazione continua attraverso la scrittura e la creazione di immagini artistiche alle quali l’autore di Istinto di morte e conoscenza non ha rinunciato fino agli ultimi giorni della sua vita. Egli rifiutava le contrapposizioni ideologiche le formule astratte, le scorciatoie dei saperi filosofici, le furbizie criminali dei politici che nascondono troppo spesso l’intenzionalità di accecare gli uomini piuttosto che proporre una effettiva conoscenza.

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Francesco Fargnoli è dirigente medico psichiatra presso il Servizio di Salute Mentale USL7 di Siena

L’articolo di Francesco Fargnoli è stato pubblicato su Left del 10 agosto 2018


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