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In queste settimane concitate che hanno visto la discussa e discutibile nomina di Brett Kavanaugh a giudice alla Corte Suprema, che di fatto ha aperto la campagna per le prossime elezioni di medio termine (che si terranno il 6 novembre prossimo), ho avuto modo di discutere con vari colleghi del mio dipartimento, alla Columbia University. La situazione, nonostante le mobilitazioni permanenti di molti cittadini, non sembra compromessa per Trump. Non solo perché l’economia macina bene e la disoccupazione diminuisce ma anche perché le continue rivelazioni su documenti comprovanti la sua evasione fiscale e le relazioni a dir poco ambigue con le forze straniere (la Russia) che si sono mobilitate per condizionare le elezioni del 2016, non solo non sembrano aver indebolito il presidente, ma addirittura sembrano averlo favorito nell’opinione pubblica. La sua popolarità è sorprendentemente buona, migliore senza dubbio di quella di altri presidenti, come Macron per esempio.

Molto si parla della virata a sinistra nell’area politica che afferisce al Partito democratico, soprattutto dopo le primarie infiammate e infiammanti a New York che hanno promosso la giovanissima e radicale Alexandria Ocasio-Cortez. Si ha l’impressione, da fuori, che la radicalizzazione imposta da Trump abbia agevolato le parti più socialiste o radicali. Questa è l’opinione che trapela da molti nostri giornali. Ma è questa una percezione veritiera? Ne ho parlato con il collega Jeffrey Lax, esperto di Politica americana nel mio dipartimento.

Ho raccolto l’esito della nostra conversazione in tre domande centrate sulla sinistra e la prospettiva dei democratici alle prossime elezioni, molto importanti per…

L’articolo di Nadia Urbinati prosegue su Left in edicola dal 19 ottobre 2018


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