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Pubblichiamo un brano del libro di Pino Arlacchi I padroni della finanza mondiale che esce per Chiarelettere il 25 ottobre. Pino Arlacchi è un sociologo e politico, eurodeputato e parlamentare. Si è occupato di sicurezza, ha redatto il progetto esecutivo della Dia (Direzione investigativa antimafia) ed è stato direttore generale dell’ufficio Onu per il controllo delle droghe e la prevenzione del crimine.

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A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, il capitalismo finanziario e l’ideologia liberista sua associata sono diventati i motori più potenti dell’insicurezza umana. Ciononostante, sono riusciti a farla franca. Il denaro accumulato in poche mani non viene ritenuto responsabile della sempre più intollerabile disuguaglianza sociale. Media e governi dei Paesi sviluppati attribuiscono ad altre cause l’aumento della disoccupazione e il degrado della qualità del lavoro dipendente, mentre molti illustri accademici negano che le crisi finanziarie più frequenti, la deindustrializzazione e la stagnazione delle economie occidentali siano da ricondurre al rinnovato predominio della rendita finanziaria sulle altre attività economiche.
Il pericolo costituito dalla finanza fuori controllo non suscita lo stesso allarme che viene sollevato dalla minaccia nucleare o da quella ambientale. La coscienza della sua pericolosità è bassa soprattutto perché viene offuscata dai dogmi neoliberisti divulgati in ogni ambiente dai suoi adepti.
Mentre i sentimenti contro la guerra nucleare si sono trasformati in un tabù, e quelli contro la guerra come istituzione umana ineluttabile prevalgono fino al punto che sono rimasti ormai ben pochi sostenitori della sua moralità ed efficacia, quando si tocca il tema della dannosità del capitalismo finanziario occorre avanzare molte spiegazioni.
La propaganda neoliberale degli ultimi decenni è riuscita a instaurare un pensiero unico, basato sulla consacrazione feticistica del mercato e del mercato finanziario come parte essenziale di esso. Questo modo di pensare è penetrato profondamente nella coscienza pubblica. A destra come a sinistra dell’arco politico.
L’idea che il capitalismo di mercato sia l’unica forma di economia possibile, e che esso – con il suo corredo di mercati finanziari autoregolati – sia una forza irresistibile, capace di prevalere anche negli ambienti più ostici, si è radicata perfino nella sinistra radicale anticapitalista.
Essa non vede all’orizzonte alcuna alternativa, e tende a svalutare ogni elemento di diversità. Che si tratti del modello di sviluppo scandinavo, dove i mercati sono stati «addomesticati» per servire lo Stato del benessere, o di quello cinese, basato su un’economia di mercato sottomessa e guidata da uno Stato di marca socialista, l’attuale minoritarismo anticapitalistico non riesce a individuare altro che un capitalismo sempre e comunque trionfante.
L’inganno della credenza neoliberale consiste nel nascondere la matrice dei problemi creati dalla iattura finanziaria, e nel far accettare l’idea che non c’è nulla da fare per risolverli se non attendere l’intervento dei mercati. Cioè delle stesse cause che li hanno generati.
La negazione delle magagne dei mercati è frutto di un processo quasi inconscio, di un riflesso condizionato. Poiché secondo gli adepti del culto neoliberista i mercati funzionano sempre perfettamente e la domanda deve equivalere all’offerta di manodopera, come per qualsiasi altra merce, la disoccupazione non può esistere. Se esiste, il problema non può essere attribuito ai mercati, deve per forza risiedere altrove. Nella prepotenza dei sindacati o nell’opportunismo dei politici che interferiscono con il naturale funzionamento dei mercati chiedendo e ottenendo salari troppo alti. Per fortuna che c’è il mercato che attraverso la pressione dei disoccupati riduce i salari e fa risalire l’occupazione!
(….) Il punto centrale che si evita di spiegare con parole chiare al largo pubblico è questo: la presa del potere da parte della finanza ha creato un sistema nel quale i guadagni dell’economia, i profitti delle imprese, i risparmi dei cittadini non finanziano più nuove idee e nuovi progetti di investimento che creano lavoro e fanno salire stipendi e salari. Il surplus economico resta all’interno del circuito finanziario e serve a sostenere la securitization, un bizzarro termine che indica la messa in sicurezza dei beni, ma che implica la mercificazione di tutto ciò che valga qualcosa. Azioni, obbligazioni, merci, materie prime, mutui, case, proprietà varie sono trasformati in prodotti commerciabili che vengono parcellizzati e giocati a dadi quante più volte possibile.
(…) La mentalità neoliberale è talmente radicata da spingere il discorso pubblico verso il rigetto delle critiche agli eccessi dei mercati finanziari. Eccessi di apertura e velocità spericolata che mettono a rischio costante la stabilità del sistema degli scambi. Secondo chi crede che sia possibile riformarli, i mercati finanziari dovrebbero diventare meno e non più efficienti.
Da deputato europeo ho dovuto più volte prendere atto di quanto fosse difficile convincere perfino i colleghi del gruppo socialista che era necessario tassare le transazioni finanziarie per ridurne il numero e i folli ritmi di circolazione. Ogni volta che ho osato citare la metafora di James Tobin sull’esigenza di gettare un po’ di sabbia nell’ingranaggio della speculazione finanziaria ho rischiato di essere preso per un sabotatore dell’economia europea anche da colleghi in buona fede, ma afflitti da una cronica ignoranza dei termini effettivi del problema.
L’argomento delle banche, della finanza, del debito degli Stati membri, del mercato dei capitali, delle agenzie di rating non è oggetto di alcun serio dibattito nel Parlamento di Strasburgo. Su questi temi è facile che, tramite i propri esperti, le due famiglie politiche principali del Parlamento, i conservatori e i socialisti, si consultino tra loro e con la Commissione europea tenendo all’oscuro i propri deputati dei punti controversi in gioco.
I negoziati di vertice hanno carattere riservato e finiscono col concludersi quasi sempre con un accordo sui temi di fondo. La successiva discussione, quella che si svolge nelle Commissioni e nell’Assemblea generale, ha il sapore di un pasto precotto. Ma per salvare le apparenze occorre comunque disporre di un’agenda dei lavori. La quale viene costruita in modo da riguardare parti così dettagliate dei provvedimenti – redatti tra l’altro in un gergo particolarmente ostico – da risultare impervia anche ai parlamentari in possesso di nozioni non banali di politica economica.
Sono rimasto molto frustrato da questo sfacciato esempio di deficit democratico, e ho protestato vivamente contro la truffa ideologica che viene perpetrata quando i temi della banca e della finanza vengono presentati agli elettori.
Esiste come una tacita intesa a non attuare alcuna azione che possa in qualche modo disturbare il «Bruxelles consensus», cioè il concerto sulle politiche economiche e finanziarie da adottare stabilito dalle alte sfere burocratico-finanziarie francotedesche, dalla Bce e dalla Commissione europea.
Il Bruxelles consensus viene formato da un ristretto numero di politici e di alti burocrati – poche decine di persone – che elaborano documenti di indirizzo vincolanti per gli Stati membri dell’Unione europea senza aver consultato seriamente nessun organo democratico della stessa. Questi atti vengono inviati al Parlamento europeo e ai parlamenti nazionali circondati dall’aureola dell’emergenza, e vengono perciò approvati quasi a scatola chiusa: «Lo chiede l’Europa» è la formula di rito usata per giustificare le corsie speciali entro cui corrono queste misure.
Celati dietro etichette apparentemente innocue come il famoso aut aut alla Grecia chiamato «memorandum», o dietro criptiche sigle burocratiche come «Europlus» (un pacchetto di misure mirato a smantellare pezzi di Stato sociale), questi provvedimenti sono in realtà delle «bufale» antisociali che esprimono un metodo di governo autoritario che fa a pugni con i diritti fondamentali garantiti dalle Costituzioni dei Paesi dell’Unione.
I media europei sono succubi dei poteri finanziari. Il parlamentare nazionale o europeo che osa esprimere dubbi o protesta contro l’oscurità delle procedure viene rapidamente etichettato come un nemico dell’euro, dei bilanci sani e dell’intera economia europea.
Solo la totale sottomissione dell’Unione al capitalismo finanziario poteva creare il clima di assoluto tabù che circonda qualunque discussione sull’euro. Questa stessa sottomissione ha posto in cima all’agenda europea il problema del debito di alcuni Stati membri e ha obbligato il Parlamento europeo ad accettare senza alcun serio dibattito i vari pacchetti di misure di austerità concepiti per affrontarlo. All’improvviso ci si è accorti che i Paesi inclusi nella garbata sigla Piigs – Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna – soffrivano di un debito pubblico eccessivo, che era imperativo iniziare a ripianarlo subito, senza riguardo all’andamento sfavorevole dell’economia e ai tempi lunghi necessari al suo ridimensionamento.
La verità è che banche d’affari e investitori istituzionali di ogni risma erano ansiosi di lucrare una seconda volta sulle sfortune degli indebitati. Dopo aver offerto loro negli anni precedenti ogni sorta di prestiti pur essendo consapevoli della loro difficoltà a sostenerne l’onere, una volta esplosa la crisi i padroni della finanza se ne sono avvantaggiati pilotando le misure di «risanamento» adottate dagli organi di governo dell’Unione e incassandone i benefici.

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