L’autonomia differenziata che parte dal Veneto leghista vuole smantellare il sistema scolastico nazionale, disegnando uno scenario in cui le regioni più ricche gestiscono direttamente insegnanti, piani di studio e concorsi. Mettendo a rischio la libertà d’insegnamento e il diritto al sapere

Lo scenario, in effetti, è suggestivo: la sala di uno dei più antichi palazzi di Venezia, tra le opere del Tintoretto, le luci soffuse e i fantasmi gloriosi della Serenissima. Qui, il 16 ottobre, viene firmato un protocollo tra il governatore del Veneto Luca Zaia e il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti. Il tema della “storica intesa” è «lo sviluppo delle competenze degli alunni in materia di storia e cultura del Veneto». In pratica, significa che nei programmi scolastici della regione a guida leghista verrà introdotta la nuova materia insegnata da docenti formati ad hoc. E infatti il Miur metterà a disposizione cinque insegnanti «che dovranno elaborare il piano di lavoro annuale di proposte formative, in ambito letterario e umanistico, da offrire alle scuole».

Questo atto istituzionale passato quasi sotto silenzio è denso di significati. Intanto, l’intesa con il Miur «verrà esportata in altre Regioni», ha assicurato solerte il ministro Bussetti perché poi, alla fine, «l’identità del luogo dove si vive è il fondamento della cittadinanza culturale». Ciò che colpisce, di questo protocollo, non è solo l’antistorica visione della realtà, per cui l’identità culturale dei cittadini dipenderebbe dal luogo dove vivono, sempre più stretto da confini, sempre più ridotto a soffocante microcosmo. È ben altro.

La firma del 16 ottobre potrebbe essere infatti l’anticamera della regionalizzazione dell’istruzione, diretta conseguenza dell’autonomia differenziata, l’obiettivo verso cui sta puntando la regione guidata da Zaia, a partire dal referendum del 22 ottobre 2017 fino alla bozza d’intesa presentata nel giugno scorso alla ministra per gli Affari regionali Erika Stefani, leghista pure lei. In quell’accordo il Veneto, sulla base dell’articolo 116 approvato nel 2001 nella riforma del Titolo V, può gestire direttamente 23 materie, tra cui, appunto, l’istruzione. Non solo. Il “Veneto first” è un apripista. Seguono a ruota la Lombardia (già consegnato il testo dell’intesa alla ministra Stefani) e l’Emilia Romagna. «Tutti tasselli di uno stesso progetto, pur tra le differenze», dice Carlo Salmaso, docente di Padova, del coordinamento della Lip scuola che da anni si sta battendo per una istruzione laica e democratica, uguale per tutti. L’Emilia Romagna, aggiunge Bruno Moretto, dell’associazione Scuola e Costituzione di Bologna, è più cauta del Veneto, pur avendo il Pd emiliano strizzato volentieri l’occhio agli “autonomisti” vicini: «Qui interessa soprattutto la formazione professionale e gli Its (Istituti tecnici superiori)».

Insomma, un’istruzione à la carte. È del 18 ottobre scorso…

L’inchiesta di Donatella Coccoli prosegue su Left in edicola dal 26 ottobre 2018


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Una laurea in Filosofia (indirizzo psico-pedagogico) a Siena e tanta gavetta nei quotidiani locali tra Toscana ed Emilia Romagna. A Rimini nel 1994 ho fondato insieme ad altri giovani colleghi un quotidiano in coooperativa, il Corriere Romagna che esiste ancora. E poi anni di corsi di scrittura giornalistica nelle scuole per la Provincia di Firenze (fino all'arrivo di Renzi…). A Left, che ho amato fin dall'inizio, ci sono dal 2009. Mi occupo di: scuola, welfare, diritti, ma anche di cultura.