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Lo scorso 22 ottobre, il New York Times ha scatenato quella che viene ormai definita una “bufera mediatica” nei confronti di Stacey Abrams, candidata per il Partito democratico alla carica di governatore della Georgia. L’accusa mossa nei suoi confronti sarebbe quella di aver bruciato nel 1992 una bandiera del suo Stato insieme a dei compagni di università. La rivelazione è stata pubblicata sulle pagine del NYT il giorno prima del dibattito televisivo tra Abrams e il suo avversario Brian Kemp, quando mancano ormai solo due settimane al voto e i sondaggi presentano un testa a testa tra i due candidati. Che il tempismo della notizia sia casuale risulta abbastanza difficile da credere, considerando che Kemp è in testa di un risicato 2% e che Stacey Abrams, se vincesse, sarebbe la prima donna afroamericana a guidare la Georgia e il primo governatore democratico dopo quindici anni. Bisogna considerare che la Georgia è uno dei sette Stati secessionisti che diedero il via alla creazione del Sud schiavista, gesto che sfociò nella guerra civile americana. Un attaccamento al passato rimasto ben vivo proprio nella bandiera nazionale, che fino al 2003 aveva al suo interno anche quella della Confederazione sudista. Il vessillo era stato modificato nel 1956 dal governo locale come segno di resistenza alle politiche di Washington sempre più anti-segregazioniste, di cui la sentenza Brown v. Board of Education è un esempio calzante. Il decreto del 1954 ha dichiarato incostituzionale la segregazione all’interno delle scuole pubbliche, le quali seguivano ancora il motto “separate, but equal”: un provvedimento che non era affatto condiviso dai potenti della Georgia. Le proteste contro una bandiera che veniva considerata un elemento divisivo tra gli abitanti dello Stato si sono ripetute negli anni, compreso nel 1992 quando Stacey Abrams partecipò alla manifestazione organizzata all’Atlanta University Center. Lasciando da parte il giudizio morale sull’atto in sé stesso, è necessario chiedersi perché ora e perché proprio lei. Non è la prima volta, infatti, che a breve distanza dal voto appare una notizia scandalosa come diversivo dell’ultimo minuto: è stato sia il caso di Donald Trump e dei suoi commenti volgari sulle donne in un fuori onda di Access Hollywood, sia quello di George W. Bush e il suo arresto per guida in stato di ebbrezza risalente a dieci anni prima. Entrambi, come fa notare il New Yorker, sono stati comunque eletti alla massima carica della nazione. Quando però ad essere accusata è una quarantaquattrenne afroamericana che tenta di cambiare la storia di uno Stato conservatore e in qualche caso razzista come la Georgia il successo non appare altrettanto scontato. Probabilmente, se Stacey Abrams fosse stata un uomo bianco di mezza età come il suo avversario la notizia sarebbe passata in sordina. In questo caso, invece, Abrams ha dovuto impiegare parte del dibattito televisivo con Kemp a spiegare che oltre vent’anni fa ha partecipato solamente a una manifestazione pacifica durante il suo secondo anno allo Spelman College, dove non era affatto previsto di bruciare una bandiera. Nella culla del conservatorismo trumpiano, una donna afroamericana che si batte per diritti più equi tra le minoranze e, tra le altre cose, per difendere il diritto all’aborto e al family planning, non deve aver entusiasmato quella frangia di ultra-conservatori fedeli a Kemp e alla destra più estrema del Partito repubblicano. Poco importa, per loro, se la bandiera militare della Confederazione è stata utilizzata anche dal Klu Klux Klan come suo vessillo.
La manovra contro Stacey Abrams, però, potrebbe non riuscire, considerando che la popolazione afroamericana della Georgia ammonta ormai a un terzo del totale, con una crescita di quasi un milione di abitanti a partire dal 2000. La campagna elettorale di Abrams ha fatto di questo dato uno dei punti saldi da cui partire, battendosi per la registrazione al voto (fondamentale per potersi presentare alle urne il giorno delle elezioni) di tutte le minoranze presenti sul territorio che spesso si astengono dall’esprimere la propria preferenza politica. C’è anche da considerare che gli abitanti più conservatori della Georgia, lo Stato in cui è ambientato Via col vento, hanno già iniziato a stringersi ancora più strettamente attorno a Brian Kemp, con il rischio di portare con loro anche un certo numero di elettori bianchi ancora indecisi. Il progressismo della Abrams, appoggiata nella sua candidatura da Barack Obama in persona, viene mal visto in un ambiente così oppositivo nei confronti delle minoranze. Le tendenze di voto la vedono in testa tra le donne e i laureati, oltre che tra gli afroamericani, mentre Kemp mantiene salda la sua presa su uomini e elettori con un grado di istruzione inferiore. Donald Trump ha già ribadito il suo endorsement a Kemp, twittando che se a vincere fosse Abrams ciò porterebbe alla distruzione della Georgia.
Lo staff di Brian Kemp non ha risposto alle richieste della Cnn di commentare la notizia a sorpresa sulla sua avversaria. L’unica risposta che conta, però, sarà quella che daranno gli elettori della Georgia quando andranno a votare il 6 novembre.

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