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Trump, in vista delle elezioni Midterm del 6 novembre, ha lanciato l’operazione Faithful Patriot per militarizzare il confine con oltre 7000 soldati, per impedire l’”invasione” del gruppo di migranti in arrivo dal Centroamerica diffondendo l’idea che tra di loro vi siano membri di gang e terroristi.

Ma al di là dell’apparente emergenza, questo movimento ha la forza di portare alla luce quella che Medici senza frontiere chiama una “crisi umanitaria dimenticata” e che vede mezzo milione di persone ogni anno tentare di attraversare il corridoio centroamericano, esponendosi a gravissimi rischi di violenza sessuale, traffico umano, estorsione.

Il viaggio della carovana è cominciato il 13 ottobre scorso in Honduras, quando 160 persone si sono radunate nella città di San Pedro Sula. Grazie al passaparola sono rapidamente decuplicate, riuscendo ad attraversare il Guatemala. Questo movimento ha continuato a richiamare persone, e in circa 7500 hanno raggiunto il Messico, sfidando le cariche di polizia e i gas lacrimogeni o tentato la sorte attraversando a nuoto o su zattere improvvisate il fiume Suchiate. Si è aggiunta poi una seconda carovana di circa 2000 persone, formatasi in Guatemala sulla scia della prima, accalcandosi alla frontiera ormai blindata, dove un ventiseienne è morto negli scontri con la polizia. La carovana prosegue ed è assistita da un ponte umanitario per cibo, acqua e assistenza sanitaria nel suo cammino fino a Città del Messico.

I motivi di tanta determinazione da parte dei migranti si possono cercare a partire dal golpe militare del 2009 che destituì il presidente Manuel Zelaya. L’intervento militare seguì alla proposta di un referendum per la convocazione di una assemblea costituente, che avrebbe potuto tra l’altro rimuovere l’articolo della costituzione che impedisce ai candidati premier di concorrere ad un secondo mandato. I suoi oppositori giustificarono il golpe instillando la paura che questi volesse rimanere al potere indefinitamente. Ma proprio uno di loro, Juan Orlando Hernández, è paradossalmente riuscito a candidarsi ad un secondo mandato dopo una sentenza della Corte Suprema che sanciva l’inapplicabilità dell’apposito articolo della costituzione perché ne avrebbe violato i diritti umani. JOH è stato quindi rieletto nel novembre 2017 a seguito di uno scrutinio opaco, che ha visto i risultati repentinamente ribaltarsi a suo favore dopo una interruzione nella diffusione dei risultati. Ma i risultati sono poi stati convalidati, il governo riconosciuto, le ribellioni represse.

Nel 2012 l’Honduras è diventato il Paese col più alto tasso di omicidi tra quelli non in guerra. Più che ai narcos, che silentemente trasportano attraverso il Centroamerica il 90% della cocaina diretta negli Stati Uniti, l’alto tasso di violenza è da attribuire alle maras. Nate come bande giovanili ad azione microterritoriale, negli anni 80 si sono strutturate in modo gerarchico e militarizzato in California, nelle comunità marginalizzate degli esuli centroamericani in fuga dalle guerre civili e dai regimi militari.  Negli anni 90, a seguito della severa politica di rimpatri del governo Clinton, le loro strutture si sono trasferite in Honduras, Guatemala ed El Salvador, dove controllano le città a blocchi, fornendo assassini a contratto per i narcos, gestendo l’estorsione e imponendo tasse di guerra alla popolazione per sostenere i regolamenti di conti.

Secondo la banca mondiale, l’Honduras è il Paese col più alto tasso di diseguaglianze economiche nella popolazione, che per il 61% vive in povertà. Nel 2006 è entrato in vigore il Cafta, l’accordo centroamericano per il libero scambio, con la promessa di creare lavoro e stabilizzare le democrazie centroamericane. Per suo effetto, l’Honduras è passato dall’essere un esportatore di prodotti agricoli a dipendere dalle importazioni, e allo sfruttamento di manodopera a basso costo nelle maquilas che si stima per il 60% non rispettino i vincoli sul salario minimo. Lo sbilanciamento economico conseguente ha contribuito a generare il “libero” passaggio delle persone: si stima che un milione di honduregni (su una popolazione di 9) viva negli Stati Uniti contribuendo sostanzialmente all’economia locale inviando dall’estero soldi per il 19% del Pil nazionale.

Capita di sentirsi dire, a San Pedro Sula, che la cosa più bella della città è il mall. Porto sicuro, con sorveglianza armata, pulito e decoroso, al suo interno si trovano le catene di fast food, una promessa di benessere e sicurezza, che stride come un corpo estraneo con il contesto circostante. La reazione violenta che la carovana ha suscitato è cieca dinanzi alle cause profonde e non potrà impedire che le persone si muovano alla ricerca di un vagheggiato ideale gringo che è imposto come l’unico possibile.

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