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«Il poeta è un essere umano universale, non nazionale. Per questo sono contro il concetto di “patria” che strumentalizza l’identità: sono per la diversità, non per l’identitarismo». Nouri Al Jarrah è puntuale. L’occasione per incontrarlo è l’uscita in Italia di una sua raccolta di poesie, Una barca per Lesbo (ed. l’Arcolaio, traduzione di Gassid Mohammed). Lui, Al Jarrah, si fa trovare fuori dalla stazione della metropolitana di Hammersmith, a Londra.

Nato nel 1956 a Damasco, in Siria, ha passato due terzi della vita fuori dal suo Paese, costretto all’esilio. «Non ho particolari problemi con questa condizione» spiega Jarrah, mentre ci avviamo verso il suo ufficio nella redazione del quotidiano panarabo al Arab. «L’esiliato è sicuramente un essere scisso a metà che guarda da dove viene e verso dove va. Ha un doppio sguardo. È una condizione privilegiata. Io mi sento cittadino del mondo, per questo non sono mai straniero». Quando entriamo nella redazione di al Arab, primo quotidiano arabo fondato a Londra nel 1977, gli uffici sono vuoti.

È domenica, Al Jarrah è capo-redattore delle pagine culturali del giornale. Ma lui si definisce solo un poeta. «Il giornalismo è un mezzo per vivere, non c’è un giornalismo arabo libero – sottolinea, seduto alla sua scrivania – perché i quotidiani sono finanziati dai governi e così diventano il diffusore scritto delle politiche dei regimi. Non esiste un giornalismo arabo, ma giornalisti che scrivono in arabo» critica senza mezze misure. «Le pagine culturali sono le uniche dove si riescono a trovare spiragli per superare la censura delle idee, criticando».
E la vita di Al Jarrah è stata tutta una critica: prima, da giovane, contro il partito comunista siriano – di cui era membro – e poi contro il governo di Hafez al Assad.

Così, a 25 anni, in pericolo di vita, è costretto a…

 

L’intervista di Shady Hamadi a Nouri Al Jarrah prosegue su Left in edicola dal 16 novembre


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