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Un limbo. Violento. Condizioni di vita insopportabili in cui sono costretti migliaia di migranti alle porte dell’Europa. L’Ue è diventata una mostruosa macchina per chiudere le rotte e per respingere persone: un dispositivo di recinti e modifiche legislative, dall’accordo Ue-Turchia al recente memorandum d’intesa tra Italia e Libia, mirato a rimandare sempre più in là, negando l’asilo. Qual è l’impatto di queste politiche migratorie sulla vita di quelli che, costretti a migrare, sono giunti ai confini esterni dell’Europa negli ultimi tre anni?
Abusi, respingimenti illegali, protezione negata. «Una vera e propria emergenza dal punto di vista della tutela dei diritti umani». Ecco il quadro di violenza che emerge da una ricerca Dimenticati ai confini dell’Europa, realizzata dal Centro Astalli, in collaborazione con il Jesuit Refugee Services Europa e l’Istituto di formazione politica Pedro Arrupe di Palermo nell’enclave spagnola di Melilla, in Sicilia, a Malta, in Grecia, in Romania, in Croazia e in Serbia.
Karim, afghano, ha provato 20 volte ad entrare in Croazia. A piedi, saltando nei vagoni. Ogni volta la polizia croata l’ha rimandato in Serbia, senza essere ascoltato. Una donna irachena di 60 anni ha percorso il suo viaggio a piedi di notte per non essere scoperta. Mamadou, un 27enne del Burkina Faso scavalcando l’ultima serie di recinzioni, è caduto da sei metri ferendosi gravemente alle caviglie, le forze di sicurezza spagnole invece di portarlo in ospedale lo hanno respinto in Marocco. Derav, curdo iracheno chiuso in un centro di detenzione in Romania, ha visto rifiutata la domanda di asilo perché presentata dal centro di detenzione e non al momento in cui è arrivato. Esseri umani costretti a provare decine di volte a saltare muri, ad affrontare il freddo, la fame, e le botte delle guardie di frontiera per cercare protezione.
Sono solo alcune storie delle 117 interviste realizzate nel corso del 2017, da Melilla a Šid. Dopo viaggi traumatici durati mesi, a volte anni, per raggiungere l’Europa. Ai suoi confini i migranti si trovano davanti a barriere fisiche che impediscono loro l’accesso (come in Ungheria e a Melilla), oppure vengono respinti senza avere la possibilità di chiedere asilo. Quasi tutte le 17 persone intervistate in Croazia e Serbia, compresi 5 minorenni, hanno riferito storie di violenze fisiche e respingimenti coatti da parte della polizia di confine croata. Persino minori non accompagnati riportano ferite, traumi e umiliazioni. Confini marchiati a vita sulla pelle. Nel novembre 2017 l’Unhcr ha registrato 929 respingimenti in Serbia, 366 dei quali dalla Croazia.

Ma il confine serbo-croato non è l’unico confine brutale, anche la regione greca del fiume Evros ha registrato un numero rilevante di casi di respingimenti illegali, come denunciato dal Greek Council for Refugees, nel febbraio 2018, verso il confine terrestre con la Turchia. Donne incinte, famiglie con bambini e vittime di tortura sono state forzatamente rimandati in Turchia; stipati in sovraffollate barche attraverso il fiume Evros, dopo essere state arbitrariamente detenuti in stazioni di polizia in condizioni igieniche precarie. Nella più nota enclave di Ceuta e Melilla, si è assistito per anni a respingimenti di migranti in Marocco da parte delle forze di sicurezza spagnole. Persino persone che affermano di essere state respinte dalle autorità spagnole nelle acque poco al largo di Melilla. Le autorità spagnole e marocchine collaborano assiduamente per evitare che i migranti possano raggiungere le coste di Melilla: le navi della guardia costiera spagnola bloccano i migranti in mare e quelle marocchine li riportano indietro in Marocco, secondo uno schema che ricorda molto la nuova collaborazione tra autorità italiane e autorità libiche. Durante una di queste operazioni, il 31 agosto 2017, sette donne sono morte dopo che il loro barcone si è rovesciato mentre veniva scortato indietro dalle aurorità marocchine.

Frontiere diverse, ma ostacoli simili: un quarto degli intervistati – in maggioranza richiedenti asilo, sfuggiti da conflitti tra i più gravi del mondo, Siria, Afghanistan e Iraq – descrive di essere stato respinto o di aver subito abusi (più spesso sul confine tra Serbia e Croazia); circa un quarto dichiara di essere stato detenuto una volta arrivato ai confini europei. Una minoranza ha superato la frontiera senza ostacoli. Per via dell’assenza di vie legali per le persone bisognose di protezione, degli accordi e muri europei, tutti si erano rivolti a trafficanti per il viaggio e al pagamento di somme esorbitanti lungo le varie tappe del viaggio sempre più lungo e pericoloso.
Ma anche dopo aver ottenuto l’accesso  al territorio europeo, l’asilo viene spesso negato per una serie di informazioni sviate, o deliberamente fuorvianti. In alcuni casi le autorità hanno esplicitamente scoraggiato di chiedere l’asilo. La lingua in cui viene fornita l’informazione, senza mediatore, rimane l’ostacolo principale. Molti evitano di presentare la richiesta di asilo, mentre tentano di raggiungere familiari o amici in altri Paesi, consapevoli che il regolamento di Dublino li rispedirebbe nel Paese di ingresso, da cui altri fuggono «per le condizioni disumane dei centri di accoglienza in cui si trovano».
Per non aprire poi l’intero capitolo della Libia e della complicità dell’Italia nei respingimenti nei lager e possibile complicità per crimine contro l’umanità e della crescente difficoltà di accesso alla protezione in Italia: in un momento in cui molti migranti restano intrappolati in Libia in condizioni disumane e il soccorso in mare è stato azzerato, l’Italia ha scelto di adottare nuove misure che rendono più difficile la presentazione della domanda di asilo in frontiera e moltiplicano i luoghi e la durata della detenzione. Contro le norme costituzionali (art. 3,10,13,24) e contro i limiti e le garanzie dettati dall’ articolo 5 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo.
Tutte le persone in movimento, infine, arrivano ai confini europei traumatizzate e confuse. Persone vulnerabili a cui l’Europa dovrebbe, per diritto, offrire protezione. Ma che sceglie di lasciare marcire ai suoi margini in un atroce campo-limbo. In una contemporanea necropolitica.

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