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Nel suo “La macchia urbana: la vittoria della disuguaglianza, la speranza dei commons” Michele Grimaldi fa un’operazione molto coraggiosa, tenta cioè di associare alla rigorosa ricerca scientifica sul fenomeno urbano ad un approccio “militante” come lo definisce Walter Tocci nella sua bellissima e per nulla affettata prefazione. Una militanza che “significa rimanere in piedi senza farsi travolgere dal vento delle ideologie dominanti e andare alla ricerca delle faglie che sprigionano le promesse mancate della democrazia”.
Infatti, se nella prima e nella seconda parte del libro uscito per Aracne editrice, l’autore fa una disamina puntuale sulla storia del fenomeno urbano sin dai suoi albori, analizzandone lo sviluppo e il suo continuo e conflittuale rapporto con le varie fasi storiche e produttive del capitalismo e, soprattutto, con il più recente rapporto con il neoliberismo, nella terza ed ultima parte Grimaldi si assume la responsabilità di proporre una alternativa all’attuale modello di sviluppo urbano. Un modello che, come viene sottolineato nelle fitte pagine ricche di riferimenti bibliografici, ha prodotto tale e tanta disuguaglianza da non essere più accettabile.
E il superamento di tali disuguaglianze, secondo Grimaldi, passa attraverso i commons parola inglese, ci spiega, erroneamente tradotta in “beni comuni”. In realtà, leggendo il saggio, ci viene spiegato che i commons sono qualcosa di più, un concetto ben più complesso che dovrebbe essere tradotto come un verbo “necessario a compiere un’azione di ricucitura imprescindibile, nel sottrarre gli spazi della città alle pratiche predatorie della disuguaglianza, e per restituire ad essa un tessuto comunitario che non è la nostalgia di un passato mai esistito, ma la speranza di un futuro tutto da costruire”.
In questo senso il testo di Grimaldi, come è stato detto in principio, è un testo militante, proprio perché, parafrasando Marx, non si limita a descrivere il mondo ma si pone l’obiettivo di cambiarlo, offrendo al lettore gli strumenti di riflessione necessari a sviluppare un pensiero critico alternativo.
Un testo pensato e dunque indicato non solo per i cultori dell’urbanistica ma, proprio come l’autore, anche a chi si sforza – attraverso l’attività politica – di influire sui processi urbanistici che influenzano la vita di tutti noi.

 

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