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«Ma quale parità genitoriale? Pillon vuole incatenare donne e figli alla violenza familiare». Così recita uno dei volantini che lancia la manifestazione nazionale organizzata il 24 novembre a Roma da Non una di meno in relazione alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne (25 novembre). Mentre la sinistra istituzionale affronta una nuova fase critica – vedi la fine di Leu e le spaccature interne in Potere al popolo – in Italia il movimento internazionale che dal 2015 si batte contro la violenza di genere e il razzismo procede spedito e compatto. Dando prova, per l’ennesima volta, di una vitalità rara, che non ha eguali nel panorama progressista. Non solo nostrano, ma anche mondiale.
«Il ddl Pillon ci riporta indietro al Ventennio fascista», dice senza troppi giri di parole Marta, militante romana di Nudm. «Il disegno di legge in discussione al Senato rende il divorzio un lusso, accessibile solo a chi se lo potrà permettere, e istituisce la bigenitorialità perfetta. Un modo per trattare i bambini alla stregua di un pacco postale». La proposta del senatore leghista Pillon rappresenta in effetti un concentrato di cultura patriarcale, ed è in questo momento il bersaglio numero uno del movimento. Ma, per le sue attiviste e i suoi attivisti, non si tratta certo di un fulmine a ciel sereno. «Penso ai manifesti pro-life diffusi in primavera che recitavano “L’aborto è la prima causa di femminicidio”, oppure alla mozione anti-aborto approvata a Verona ad inizio ottobre dalla Lega col beneplacito del Pd: l’operato del governo si inserisce perfettamente in questa serie di iniziative», osserva Marta. Due episodi gravi, entrambi fortemente sponsorizzati da associazioni cattoliche. «Noi lo sappiamo, papa Bergoglio non ha niente di progressista» aggiunge Marta. «E queste politiche trovano sponda nell’estremismo cattolico. Chi ha diffuso quei volantini a maggio va a braccetto col ddl Pillon», torna a dire l’attivista. E a proposito di chi propaga e sostiene l’idea falsa che l’aborto sia un omicidio, in barba alle scoperte scientifiche e alla legge dello Stato, come non ricordare papa Francesco quando parla di «morte dei bambini mai nati per l’aborto», oppure quando definisce «sicari» i medici non obiettori che praticano l’interruzione di gravidanza mettendo al primo posto la salute delle donne? Dal canto suo, mentre i numeri sul femminicidio restano drammaticamente stabili – 94 donne uccise nei primi nove mesi del 2018, a fronte delle 97 nello stesso periodo del 2017 (dati del Viminale) -, il vicepremier Salvini si prodiga a…

L’articolo di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 23 novembre 2018


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