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Sette medici sono stati rinviati a giudizio dal Tribunale per la morte di Valentina Milluzzo a Catania. Valentina nel settembre di due anni fa fu ricoverata presso l’Ospedale Cannizzaro alla 17esima settimana di una gravidanza gemellare con una dilatazione del collo dell’utero che aveva provocato la fuoriuscita del sacco amniotico. Non c’erano speranze di salvare i due feti, l’infezione da dilatazione uterina è praticamente certa in questi casi, ed è assolutamente necessario informare la donna e proporre un aborto terapeutico per prevenire una setticemia.

È una cosa difficile e dolorosa, sono figli desiderati, e spesso ci vuole qualche giorno perché la donna si renda conto di quello che sta succedendo. I feti o il feto sono “vivi”, non è facile né ovvio aiutare la donna a proteggere la propria vita con l’aborto terapeutico. È un lavoro che i ginecologi non obiettori (quelli che Bergoglio ha definito sicari) fanno tutti i giorni. Lo fanno anche alcuni obiettori, a dire il vero. Quelli che ritengono uno scandalo esporre le donne al rischio della vita per un embrione o un feto che non potrebbe sopravvivere comunque. E il tema, per quanto ci riesca difficile accettarlo, per quanto vogliamo mettere la testa sotto la sabbia (cosa che ovviamente gli struzzi non fanno, perché si muore soffocati) è proprio questo.

In Italia si sta facendo strada l’ideologia oltranzista cattolica estrema che la vita della madre vada messa a parità con il battito cardiaco di un embrione o di un feto non in grado di sopravvivere. Finché c’è il battito non si può fare niente. La donna deve avere dei valori ematici alterati che indichino l’imminenza della gravità e del rischio di morte per ottenere un aborto terapeutico. Ho visto medici obiettori…

 

Elisabetta Canitano,  ginecologa presso la Asl Roma D, è stata da poco eletta nel Coordinamento nazionale di Potere al popolo. È presidente dell’associazione Vita di donna

L’articolo di Elisabetta Canitano prosegue su Left in edicola dal 23 novembre 2018


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