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Dai viaggi del vicepremier con persone vicine all’estrema destra moscovita, ai neofascisti che combattono in Donbass. I legami con l’estero della galassia nera italiana sono allarmanti. Fino al giallo sui foreign fighters al soldo di mercenari russi in Africa, per controllare le frontiere

Matteo Salvini lo scorso 16 ottobre è volato a Mosca. Ai settecento imprenditori di “Confindustria Russia” che lo attendevano per applaudirlo ha promesso la «fine delle sanzioni e una nuova politica nei confronti della Russia», anche se finora a Bruxelles si è ben guardato dal sollevare la questione. Una politica estera filo-russa che risale al 2014, quando la Lega, su suo impulso, decise di abbandonare il progetto secessionistico e avvicinarsi all’estrema destra europea. Su consiglio di Marine Le Pen, Salvini iniziò a tessere le lodi del regime putiniano e si schierò apertamente a favore della annessione della Crimea alla Russia. In seguito Salvini ha assunto altre posizioni a dir poco discutibili come per esempio quella sulla soluzione del conflitto in Ucraina. Ancora recentemente, il capo della Lega, ha sostenuto la necessità della sua spartizione: la zona orientale dovrebbe essere annessa alla Russia mentre quella occidentale dovrebbe finire sotto il controllo dell’Europa. Una posizione colonialista diametralmente opposta a quella della reintegrazione del Donbass all’Ucraina come sottoscritto da Francia, Germania e dalla stessa Russia negli accordi di Minsk.
Molta acqua è passata sotto i ponti dal 2014, ma il debole di Salvini per Putin è rimasto intatto, una simpatia sembra ripagata da quest’ultimo che, si vocifera a Mosca, lo avrebbe aiutato a…

L’articolo di Yurii Colombo prosegue su Left in edicola dal 23 novembre 2018


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