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Luce, erba, pioggia. Tre delle parole preferite di lui. Per nominare lei: la vita, il “limite e soglia” dentro cui si sbozzola la poesia di Pierluigi Cappello. Una vita col desiderio di librarsi nella luce (il poeta che voleva diventare pilota di aerei; il bambino che abitava in cima a un colle, più vicino alle nuvole, al cielo) e la volontà di correre lontano, sull’erba (lunghe gambe inquiete di velocista allenato). All’improvviso, la pioggia, fittissima. Quel temporale in forma di incidente, che trancia il cavo elettrico del midollo e spegne per sempre la lampadina del suo corpo. È lì che iniziano a “farsi avanti le parole”, dove le gambe non possono più arrivare. È lì che il ciclo luce-erba-pioggia si attiva fecondo, inarrestabile, per compiersi e culminare in questo libro, che contiene tutte le poesie, ma non tutta la poesia di Pierluigi Cappello: Un prato in pendio (Bur) uscito a un anno dalla scomparsa dell’autore e corredato di preziosi inediti.
“Dalla scomparsa dell’autore” è un modismo che Pierluigi forse non perdonerebbe; esplicitare, facilitare è spesso arrendersi alla lingua appiattita, barbarica, della comunicazione, ben lontana da quella “disperata e elegante consegnataci dalla tradizione letteraria”, su cui lui faticava e avrebbe faticato all’infinito. Il suo scrivere a matita – Un prato in pendio ce ne fornisce toccanti esempi, nel “Quaderno dei manoscritti” -, testimonia non solo la necessità fisica di ridurre sforzo e attrito nel trascinare la penna sul foglio, ma anche la volontà di…

L’articolo di Monica R. Bedana prosegue su Left in edicola dal 30 novembre 2018


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