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Ameen ha sedici anni e lo sguardo che si perde verso l’orizzonte. Il suo avambraccio sinistro è pieno di cicatrici, delle linee dritte una dietro l’altra. Gli chiedo: «Cosa ti è successo?». Lui si imbarazza, si carezza il braccio come per nasconderlo. Fa un mezzo sorriso che stringe i suoi occhi già affilati, poi risponde con semplicità: «Mi sono tagliato. Il dolore era così forte, la stanchezza era così forte, la sola cosa che volevo era trovare il modo di smettere di stare così male. Qui tutti fanno questo, tentano di farla finita».

È una risposta che ho sentito altre volte nelle carceri sovraffollate dove la vita si consuma chiusi per 22 ore al giorno in una cella e il tempo non finisce mai. Ma Ameen lo incontro in un contesto molto diverso: l’isola di Lesbo è una delle più belle del mondo, un paradiso che gli accordi tra Europa e Turchia del 2016 per fermare i flussi migratori, hanno trasformato in prigione.

Ameen ha solo sedici anni, e viene dalla Siria come buona parte delle circa novemila persone intrappolate nella prigione di Lesbo. Ameen è qui da un anno e ancora non ha avuto la prima intervista per la sua richiesta d’asilo.

Nel 2015 il braccio di mare tra la Turchia e le isole greche è stato attraversato oltre un milione di profughi in cerca di asilo in Europa. Poi nel marzo 2016, l’Europa ha voluto chiudere quel passaggio, ha sottoscritto un accordo con la Turchia costato tre miliardi di euro diventati velocemente sei miliardi, per «contenere i flussi migratori».

Ma i flussi, in realtà, non si sono mai fermati del tutto. Ancora oggi circa duecento persone al giorno continuano ad approdare sulle isole come Lesbo o Chios. Ma non ne parla nessuno, solo ogni tanto quando…

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Il reportage di Valerio Cataldi prosegue su Left in edicola dal 30 novembre 2018


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