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«Al quinto sabato di protesta dei gilet gialli, i parigini sono tornati a fare i regali di Natale». Le aperture di Macron, a leggere la stampa mainstream, avrebbero persuaso il grosso dei manifestanti a rifluire. Tuttavia, non solo sulle rotatorie i gilets jaunes sono sempre presenti (con blocchi, operazioni-lumaca e blitz ai caselli) ma, il giorno successivo, gli stessi giornali non hanno potuto fare a meno di ammettere che le promesse dell’Eliseo sono aria fritta, non ci sono coperture per l’aumento dello Smic (Salaire minimum interprofessionnel de croissance). Decine di migliaia di persone hanno comunque riempito le piazze nonostante l’attentato a Strasburgo e il dispositivo repressivo (arresti preventivi, filtri alle stazioni del metro…).
Priscillia Ludoski, Eric Drouet e gli altri hanno urlato dai megafoni di volere il taglio delle tasse su tutti i beni di prima necessità e ben più delle «briciole» promesse da Macron ma soprattutto tanta «democrazia diretta». La parola d’ordine su tanti gilet era Ric, Referendum di iniziativa cittadina. La Francia sembra ancora al bivio fra la proclamazione dello stato d’emergenza e lo scioglimento delle Camere. Il “postino” Olivier Besancenot, popolare figura dell’estrema sinistra, è sicuro: «Non è ancora una massiccia rivolta di maggioranza, ma è una vera rivolta; non è una tradizionale mobilitazione sociale. Sin dall’inizio, è un movimento che procede all’offensiva».
Da Macron, dunque, niente carota, solo bastone: l’atto V è stato segnato da scontri e due morti in incidenti stradali ai blocchi. Con 200 arresti che si sommano ai 3.300 di cui 2.354 in garde à vue (fermo di polizia in attesa di indagine, ndr) e 1.200 condannati per direttissima. I 1.600 circa feriti “ufficiali” sembrano solo la punta di un iceberg.
“Il giallo dei gilet gialli” parrebbe tale solo per chi…

L’inchiesta di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola dal 21 dicembre 2018


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