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La notte fra il 28 e il 29 dicembre del 1999 si consumava nell’allora Centro di permanenza temporanea “Serraino Vulpitta”, a Trapani (i Cpt sono all’origine dei Cie e oggi Cpr), la peggiore strage in un luogo di detenzione amministrativa per migranti. Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nasim, sei ragazzi tunisini, in quel centro erano stati rinchiusi e avevano provato a fuggire. Si erano calati con una corda fabbricata con le lenzuola, si era immediatamente scatenata la caccia all’uomo, li avevano ripresi e condotti in cella. Uno dei reclusi aveva dato fuoco ad un materasso scatenando l’incendio. Le chiavi non si trovavano, gli estintori erano rotti, nessuno volle prendersi la responsabilità di farli uscire. Ma uscirono, in 3 già morti e gli altri destinati alla stessa fine, dopo una tremenda agonia. Altri due ragazzi rinchiusi nella stanza si salvarono, ma portano i segni del rogo ancora addosso. Ci sono state condanne per quanto accaduto, ma non basta. Tanti e tante sono state le persone che in questi luoghi, veri bubboni della democrazia, hanno perso la vita. I morti sono la punta più tragica di un meccanismo infernale che ha visto distruggere la vita di uomini e donne, con rimpatri o con la condanna ad una “vita clandestina”, con sofferenze che minano l’essenza stessa di una persona, con atti di autolesionismo e tentativi di suicidio.

Uno strumento creato nel 1998 da un governo di centro sinistra perché “ce lo chiede l’Europa” e peggiorato negli anni come progetto che univa il profitto per gli enti gestori e la propaganda repressiva che portava già consenso. Le grandi battaglie di movimenti antirazzisti nei primi anni 2000 non hanno portato a risultati concreti. I centri aumentavano col consenso dei cittadini e una volontà politica condivisa. Ma poi ci si era cominciati a rendere conto di come tali strutture, oltre che essere disumane e causa di sofferenza, si rivelavano fallimentari nello scopo di espellere e garantire quella “sicurezza” per cui erano stati propagandati. Anche una parte della classe politica aveva cominciato a porsi domande rispetto al rapporto costi/benefici. Nel 2007 venne istituita una commissione di inchiesta presieduta da Staffan De Mistura, e si parlava del “superamento” dei centri.

L’arrivo del governo Berlusconi riportò indietro le lancette dell’orologio. Col “pacchetto sicurezza” del 2009 i centri vennero denominati “di identificazione ed espulsione”, superando la precedente ipocrita denominazione, e si portarono i tempi massimi di trattenimento a 18 mesi. Come per una pena derivante da un reato di media gravità ma comminata per il solo fatto di non aver ottemperato all’obbligo di allontanarsi dal territorio nazionale. Ad affrontare la nuova fase repressiva ci furono meno persone e meno forze politiche. Il tema faceva arretrare anche tante coscienze limpide. Nel 2011, con l’arrivo dei tanti in fuga durante le Primavere arabe, l’attenzione si concentrò sui porti, sulle vie di fuga dall’Italia, su una nuova tipologia di persone da imbrigliare e controllare. Lampedusa divenne in quei mesi, un immenso Cie a cielo aperto, dove si operò per rimpatriare direttamente, soprattutto cittadini tunisini.

Molte persone venivano portate anche nei Cie “ordinari” e il ministro dell’Interno di allora, Roberto Maroni, con una circolare interna, impedì l’accesso ai centri ai giornalisti e agli esponenti di associazioni non registrate in un ristretto elenco. Nacque, a causa di questa circolare, una Campagna, costituita da attivisti dell’intero territorio nazionale, si chiamò e si chiama ancora LasciateCIEntrare. Si organizzarono ispezioni nei centri, con i pochi parlamentari disponibili, per far vedere quello che doveva restare ignoto, nel dicembre dello stesso anno la circolare venne sospesa ma entrare nei Cie restò a pura discrezione di Ministero e prefetture. Nel 2012 si riuscì a riportare i tempi di detenzione a 90 giorni. La Campagna, nata per voler conoscere, si diede come scopo quello di operare per la chiusura di queste irriformabili strutture. E molti Cie furono chiusi, anche a causa delle continue rivolte, o riconvertiti in centri di accoglienza.

Oggi sembra lontano il rapporto della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, resa pubblica nel febbraio 2016, in cui si dava un giudizio impietoso dei Cie. Per un certo periodo hanno “funzionato” in tutta Italia, 4 centri, a Torino, Roma (dove però dopo l’ennesima rivolta resta agibile solo la parte femminile), Bari e Caltanissetta. Poi la svolta. Prima il governo Renzi, col Migration Compact e poi quello Gentiloni, hanno rilanciato lo strumento dei centri di detenzione. Cambiano nome e diventano Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri) saranno “umani” secondo Minniti (allora agli Interni), non troppo affollati ma situati in ogni regione. Il programma di Minniti (anche per lui “ce lo chiede l’Europa”) sta per essere attuato dal governo gialloverde.

Hanno riaperto i battenti i Cpr di Palazzo S. Gervasio, (Pz) e Brindisi, fervono i lavori per quello di Milano (contro cui ci sono già state mobilitazioni) e per la “Guantanamo italiana” realizzata a Gradisca D’Isonzo, Gorizia. Situazione complessa a Modena dove dovrebbe sorgere un Cpr regionale ma la maggioranza pentastellata sembra contraria, mentre tutto sembra definito per la Sardegna dove sorgerà alla periferia di Macomer. Nel Veneto leghista e nella Liguria in mano alla destra, i sindaci sono d’accordo a patto che non sorga nel Comune che amministrano (viva la coerenza). Resta per ora libera la Toscana mentre potrebbe riaprire in Calabria il centro di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone.

E come in una nemesi da Trapani siamo partiti e lì si torna. Non al Vulpitta, un ex ospizio inadatto a celle e sbarre da cui è facile fuggire ma in quello progettato e costruito come “villaggio dell’accoglienza”, divenuto prima Cie, poi hotspot e che ora è tornato ad essere luogo di detenzione. A Palazzo S. Gervasio e a Bari si sono già registrate le prime rivolte dopo l’approvazione del dl Salvini e ci sono state le prime fughe, represse a bastonate ma qualcuno ce l’ha fatta. L’accesso è tornato ad essere difficile e sono pochi i parlamentari disponibili a favorire l’ingresso di attivisti e operatori dell’informazione. Ma come non definire grottesca e cialtrona la riproposizione di un sistema, quello dei centri che nel massimo fulgore riusciva a rimandare in patria meno del 50% dei detenuti (è ora di chiamarli così), che costa milioni di euro, garantisce grandi affari ai gestori, e non risolve il problema dei tanti e delle tante persone in condizioni di irregolarità forzata.

Se si permettesse a chi è presente senza documenti di avere una prospettiva, con una identità, un documento, il permesso anche temporaneo per cercarsi un lavoro in Italia o in Europa, cadrebbero le ragioni stesse del sistema repressivo e i Cpr o comunque li si voglia chiamare si mostrerebbero per quello che sono, strutture inutili e disumane. Ma ci vorrebbe quello che è mancato alla quasi totalità della classe politica italiana da 20 anni a questa parte. Una idea di futuro.

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