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Per celebrare il centenario di Salinger riproponiamo l’intervista a Matteo Colombo, autore di una innovativa traduzione nel 2014 per Einaudi

 

Non è più narrata al passato remoto, la storia di Holden Caulfield. Non è più una vicenda strana, lontana da noi nello spazio e nel tempo. Forse, non lo è mai stata. Grazie al lavoro del traduttore Matteo Colombo, il senso autentico del romanzo di Salinger (“Il giovane Holden”, Einaudi 2014) ci viene restituito in modo rispettoso e credibile. Ne parliamo con il traduttore.

La nuova versione italiana di questo romanzo è un’attualizzazione della precedente?

Non userei questo termine, parlerei piuttosto di “nuova traduzione”. La precedente, che ammiro, di Adriana Motti, godeva di una libertà giustificata dal contesto storico, ma dopo 50 anni di evoluzione culturale ci si può permettere più fedeltà. In “The Catcher in the Rye” non c’era quasi nulla da attualizzare: certo, i compagni di scuola di Holden indossano le ghette e non gli anfibi, ma a parte questi ovvi dettagli, il linguaggio del romanzo è di una modernità sorprendente. Ai tempi di Motti l’italiano letterario non sarebbe stato in grado di recepire la lingua “spezzata” di Salinger. Inoltre l’editore voleva una traduzione il più possibile longeva, scevra di “giovanilismi” o “contemporaneismi”. Era questo il mio obiettivo, e mi pare di averlo raggiunto.

Quindi tradurre non è stato “tradire” come in genere avviene, ma anzi un recupero di fedeltà?

Certamente. È vero che nel processo si perde sempre qualcosa; bisogna fare delle scelte in un continuo accavallarsi di priorità: l’intento espressivo, la precisione semantica eccetera. Ma la vera novità di questa traduzione è proprio la precisa volontà di incrementare la fedeltà all’originale. Del resto io sono un traduttore molto fedele anche per indole, e poi questo romanzo è imperniato sull’uso del linguaggio.

In che senso?

Il ritratto psicologico del protagonista, un adolescente complicato, turbato dalla morte del fratello, in fuga dalla scuola, ci viene offerto nella forma di uno scomposto monologo lungo duecento pagine. I fatti narrati sono poco rilevanti, quel che conta è l’impiego della lingua, delle parole. La sintassi frammentata di Holden ci dice cosa prova, diventa strumento di introspezione. Come disse Hemingway, una buona narrazione non è che la punta di un iceberg: alla parte sommersa, il “non detto”, si può arrivare senza che sia descritta, per intuizione.

Insomma sotto le parole esiste un linguaggio fatto di immagini, che poi si possono interpretare secondo declinazioni diverse…

Esattamente! Mi piace definire le traduzioni come “opinioni”. È sempre legittimo produrne di nuove, ma restano opere di servizio. I libri sopravvivono a tutto: se una storia è solida, attinge a un vocabolario fatto di immagini e si muove su coordinate che sono pre-verbali. La sostanza di un libro non ha lingua, noi traduttori cogliamo le sfumature, facilitiamo l’accessibilità. Una buona traduzione è solo la porta d’ingresso, ma ciò che ti resta di un bel romanzo, come di un film, è altro.

Cosa è?

Il contatto con un’altra persona che ha vissuto cose che tu non hai vissuto. I libri, le parole, per usare una metafora di Michael Chabon, sono la fune di lenzuola con cui tentiamo la fuga dalla torre che ci imprigiona, la nostra mente, in cerca altri esseri umani. Per me la letteratura è questo.

La tua emozione di fronte a una simile impresa?

All’inizio non potevo crederci. Tradurre un grande testo, di un grande autore, linguisticamente complesso e di cui esisteva già una grande traduzione! La summa delle sfide per un traduttore, una situazione quasi irripetibile. Ero pazzo di gioia. Ma sono anche stato il più esigente del bel gruppo che in Einaudi ha lavorato a questo libro: solo quando ho sentito che la mia traduzione era il più possibile fedele all’originale ho potuto separarmi dal testo. Ho capito che il mio lavoro era finito.

Articolo pubblicato su Left  nel 2014

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