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Dalla Vistola alla Senna al Po, i sovranisti europei hanno fatto della retorica della paura il collante delle insoddisfazioni sociali. La loro astuzia sta nel farne la linfa vitale dell’Unione Europea. La marcia verso il nazionalismo europeo è cominciata da qualche anno, messa in evidenza nei vari appuntamenti elettorali nazionali. Lo si è visto nel giugno del 2015, in Danimarca, con la vittoria dei Blu, i liberal-conservatori di Rasmussen. E poi in Finlandia, dove c’è un governo di coalizione con le destre del Partito dei veri finlandesi. Lo si è visto in Polonia, e ancora prima in Ungheria, il primo dei 28 Paesi dell’Ue che ha aperto la strada al populismo sovranista con la costruzione di un recinto di filo spinato sulle frontiere con i Balcani e la Serbia.

Il fatto nuovo del nostro tempo è questo: mentre, in passato, i nazionalismi erano all’insegna della fine dell’Unione, a partire dal 2015 e in coincidenza con il picco più elevato delle migrazioni, si sono aggiornati come leadership europea. Dopo riunioni pubbliche in alcune città europee, come Basilea o Milano, i capi dei partiti sovranisti si sono presentati come alleati in un progetto di “internazionale populista”, benedetto da Steve Bannon e che sarà naturalmente il vero protagonista della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, nel maggio 2019. La retorica sovranista si candida a fare dell’Ue un continente ermetico retto su pochi chiari obiettivi, per nulla estranei alla storia europea: centralità della razza bianca, della religione cristiana, del benessere per gli europei. Quel che Matteo Salvini e Viktor Orbán ripetono costantemente ai loro connazionali verrà ripetuto su scala europea.

Ma si sbaglierebbe a pensare che questo progetto eurosovranista sia frutto della malevolenza delle destre, che pure malevoli sono. L’origine di questa sterzata a destra va cercata nell’…

L’articolo di Nadia Urbinati prosegue su Left in edicola dal4 gennaio 2019


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