Condividi

«Da dove viene il nome Europa?». La domanda mi è capitata di farla nella veste di volontario della associazione Altramente ad una classe delle elementari. Tante mani alzate. «È facile – dice la prima bambina che risponde – viene da euro». «Ma no – fa un secondo bambino – da Eurospin».
Ecco, questo aneddoto, reale, mi aiuta a dire qual è l’Europa che io vorrei. Innanzitutto quella in cui i bambini non pensino sia nata da una moneta o da un supermercato. Quando racconto loro che Europa era la principessa fenicia rapita da Zeus gli occhi si illuminano per la bellezza del mito.
Che è poi quello che Zygmunt Bauman riprende per parlare di come lui vede l’Europa. La versione che il grande filosofo riporta è quella per cui l’oracolo vaticina al fratello che si appresta a cercarla che non la ritroverà più ma che dovrà comunque provarci facendosi guidare da una giumenta e dove l’animale giacerà per riposarsi dovrà fondare una città.
Per Bauman l’Europa è un’avventura.
Dall’Asia alle terre che prenderanno il suo nome, con al centro la culla mediterranea e come luoghi le città dove vivranno le leggi. Antonio Gramsci parlerà dell’intreccio tra natura e cultura che si realizza col lavoro in quelli che sono i paesaggi umanizzati dell’Europa.
Ma il Mediterraneo da culla si è fatto tomba per troppi migranti. I paesaggi urbani sono stati sventrati da troppe guerre tra cui le più terribili. Il lavoro fu schiavo e tornò ad esserlo nelle depredazioni coloniali e di nuovo in un presente oscuro di tratta degli umani e dell’umano. Le leggi furono ingiuste per Antigone, la prima a ribellarsi, non a caso una donna. E oggi con i Minniti e i Salvini. Con i lager si è raggiunto l’indicibile.
È per tornare a poter dire che fu riproposta l’avventura europea. Per Altiero Spinelli doveva essere indissolubilmente connessa alla liberazione sociale, esserne la nuova dimensione, guardare all’uguaglianza, ispirarsi al socialismo.
Ma un’avventura così, ci dice Étienne Balibar, ha bisogno di una cittadinanza costituente, che non sia di sangue ma di comune costruire. Oltre ogni frontiera perché la frontiera chiama il nemico. Capace di mediazione in una globalizzazione guerresca.
Invecchiata e incattivita appare l’Europa se si guarda agli andamenti demografici e ai comportamenti politici. Nei trenta anni ormai passati dall’89 quel muro caduto tra tante speranze è stato rialzato a volte materialmente a volte nei cuori. E il Vecchio continente perde vita, nascite che si diradano, aspettativa di longevità che si riduce, zone che si spopolano.
Anche per questo la “mia” Europa è meticcia, come poi è sempre stata, che nelle nostre vene scorre il sangue di tanti popoli. Meticcia però per scelta e desiderio di vita. Come mai è stata la nostra Storia se è vero che, anche nella civilissima Atene, cittadino era chi nasceva nella polis e in una certa classe sociale. Tanto che addirittura Aristotele, non nato ad Atene, era un meteco cioè un accettato in base a regole assai rigide. Scegliere il meticciato fondato sul riconoscimento, il dialogo, la costruzione comune, la combinazione è una grande frontiera verso il futuro della specie affidandola alla specie stessa.
Una cittadinanza costituente, tornando a Balibar, è un nuovo orizzonte antropologico e democratico. Jurgen Habermas parla di un’etica del discorso che presiede ai rapporti. Se pensiamo a quante sono le lingue parlate in questa Europa, come meravigliosamente suonano nell’incipit de La lingua salvata di Elias Canetti, capiamo che il discorso europeo non può che essere il crogiuolo delle diversità che scelgono di costituirsi appunto in cittadinanza.
Una delle preziosità del Parlamento europeo è di essere aperto a tutte le lingue e tutte devono essere tradotte. Una ricchezza che alcuni vorrebbero considerare spreco e invece è riconoscimento della biodiversità culturale depositata negli idiomi.
Non analogo rispetto c’è per la democrazia come costruzione del condiviso attraverso lo stesso conflitto. Qui il riduzionismo del mercato capitalistico, assai più arido di un vecchio suq, rischia di uccidere quel modello sociale che l’Europa è divenuta nei venti anni gloriosi.
Videro bene Berlinguer, Brandt e Palme che c’era bisogno di una Europa dall’Atlantico agli Urali che pensasse diverso il Mondo che si faceva globale.
Purtroppo la Storia non li seguì, nonostante i grandi movimenti pacifista e alterglobalista ci abbiano provato. È accaduto invece che proprio la democrazia, la sinistra mutassero di segno, si eclissassero.
La mia Europa riparte da qui, dal ritrovare di senso del progetto di liberazione che si realizza in nuove soggettività che vivono l’Europa come il luogo della loro identità e del loro agire. Un nuovo “movimento operaio” che ritrova la sua vocazione universale centrata sul conflitto che crea, costituisce cittadinanza. Un movimento operaio che è nuovo perché meticcio, fondato sulla pluralità di genere, che coglie tutti gli aspetti dove oggi si crea sfruttamento ed alienazione, la precarizzazione, il mettere a mercé e ridurre a merci tutto ciò che è, era, vita, il mettere a rischio la Pacha mama.
Un nuovo movimento operaio capace di pensare e rendere concrete nuove grandi astrazioni di liberazione. Come un vero reddito di cittadinanza incondizionato che riconosce la dignità della vita e il valore della riproduzione. Penso ad André Gorz che aveva immaginato un “doppio assegno” che venisse dal lavoro produttivo e dal far parte della riproduzione sociale.
Ormai la rete è luogo che produce senso. Alienazione e mercificazione se vive nel dominio capitalistico. Etica del discorso se sapremo pensare la comunicazione come bene comune che serve la democrazia. La comunicazione oggi veicola paura, odio. Abbiamo bisogno di una Europa che la liberi dai demoni.
La mia Europa ha un Parlamento. Una cosa antica. Un Parlamento eletto per idee e non per nazioni. Che ha i poteri che ebbero i Parlamenti, legifera, elegge e controlla i governi, indirizza banca e moneta. Una Europa comunità democratica parlamentare e non una moneta e una banca che si fanno Stato come accade oggi.
Questa mia Europa nasce da una lotta di liberazione che non rimuove e non fugge ma affronta il Mondo. La immagino nascere da ciò che oggi è già lotta. La lotta delle donne prima di tutto, perché donna sono Europa e Antigone.
Ma immagino anche la lotta di luoghi ribelli. Penso ad esempio ad una grande città del Sud, di questa Italia tristemente scivolata sotto la cappa gialloverde, di questa Europa vecchia e incattivita. Penso a Napoli che disubbidisce ai sacerdoti della UE e apre i porti chiusi dall’odio xenofobo.
Napoli sa che i potenti fanno l’ammuina, sembrano combattersi e poi si ritrovano. Così potrebbe essere tra i gelidi di Bruxelles e i calienti populisti. Per questo ci vuole altro. Ci vuole una lotta di liberazione che libera e ti libera. Una lotta che ridia giovinezza e allegria, magari “napolizzando” l’Europa con un bell’accento: Ué!

ps. La Ue accentata fu inventata da Ivan Bonfanti un giornalista che non è più tra noi e che ricordo sempre.

Commenti

commenti

Condividi