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A guardarla da vicino, Kigali, capitale del Rwanda, con le strade quasi tutte asfaltate e la pulizia scintillante ai bordi delle rotonde decorate, ha l’aspetto di una donna in rinascita. Gli odori, i sapori, le sartorie nascoste alla fine delle scale di palazzi vivi e colorati e un via vai di gente in continuo movimento accompagnano il percorso.
Alle otto di mattina dell’ultimo sabato di dicembre la terra ha il colore del sole. Un arancione acceso che illumina ogni cosa e punge appena gli occhi. Nel settore di Niboye, distretto di Kicukiro, situato nella parte sud-ovest della capitale ruandese, gli esercizi commerciali sono chiusi e ogni attività è sospesa. Proprio come in tutti gli altri distretti della città, decine di persone si sono riversate per le strade principali e secondarie per il rito dell’Umuganda, una pratica portata avanti dal popolo ruandese a partire dagli anni successivi all’indipendenza dal Belgio, avvenuta nel 1962.

Il giorno dell’Umuganda le comunità si riuniscono con il fine di organizzarsi in lavori socialmente utili. Dalla pulizia delle strade e riunioni decisionali sul futuro del proprio distretto, a occasioni per stare con la famiglia, gli amici, i vicini di casa. Tre ore di assoluto impiego pubblico obbligatorio e sentito. Un esempio di lavoro collettivo, senza alcuna distinzione di ceto sociale, sesso, provenienza, confessione religiosa, che contribuisce all’economia e allo sviluppo dell’intera città e provincia, rendendo il Rwanda, un Paese che in alcune carte geografiche è così piccolo da sembrare un puntino, uno degli esempi virtuosi mondiali in termini di rigenerazione urbana, economia circolare e coscienza civica.

A venticinque anni di distanza (aprile 1994) da uno dei genocidi più atroci della storia, che in soli cento giorni ha visto morire quasi 800mila persone appartenenti alla minoranza etnica Tutsi, oggi il Paese delle mille colline è…

Il reportage dal Rwanda di Martina Di Pirro prosegue su Left in edicola dall’11 gennaio 2019


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