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Due pattuglie, due agenti in divisa e tre in borghese. Prima lo hanno circondato, legato e, forse ucciso. Aveva le manette ai polsi, Arafet, e i piedi legati con una corda quando “ha accusato un malore”, formula insapore con cui gli inquirenti riferiscono alle agenzie i fatti, avvenuti “mentre era a terra contenuto dagli agenti”. Si chiamava Arafet Arfaoui, di origine tunisina, sposato con una donna italiana, morto la sera di giovedì 17 gennaio durante un controllo di polizia in un money transfer di Empoli, nel fiorentino.

Tra le banconote che avrebbe voluto spedire dal negozio Taj Mahal, nel centro cittadino, una, da 20 euro, è stata ritenuta falsa dal gestore che ha subito avvisato la polizia. Arafet, fino a poco tempo fa, lavorava a Livorno. Aveva appena preso una parte dell’indennità di disoccupazione e voleva spedire cento euro ai parenti in Tunisia. È quando è arrivata la prima pattuglia che il ragazzo si sarebbe agitato. Il racconto che mettono insieme testimoni e attivisti di Acad è molto diverso dai dispacci di agenzia da cui sembra che agenti e 118 sarebbero arrivati insieme. Gli attivisti di Acad si sono mossi ieri sera tardi, non appena la notizia ha iniziato il suo giro del web. Chi era nel Taj Mahal ha riferito che Arafet s’era rifugiato in bagno dove i poliziotti poi sono riusciti a bloccarlo, immobilizzandolo. Si sentiva un gran fracasso, rumore di botte, forse. Tutto dovrà essere chiarito. Poco dopo, in un’altra ala del negozio, è avvenuto l'”arresto cardiocircolatorio” che ha provocato la morte dell’uomo “contenuto”.

La famiglia della vittima non vuole parlare con i giornalisti. È sconvolta perché è difficile credere all'”arresto cardiaco” di un uomo forte, uno che faceva l’operaio di fatica nell’indotto del porto di Livorno. Sua moglie conserva ancora le foto di quando la polizia lo ha pestato a Pisa qualche tempo fa. La scientifica di Firenze, ieri sera, ha comunicato la morte solo due ore dopo essere entrata in casa della vittima e al termine di una sorta di interrogatorio che, probabilmente, potrebbe essere servito a comporre la versione da dare in pasto alla stampa. «Sappiamo anche che è stato impedito ai familiari di vedere il corpo se non da lontano, non sappiamo quali siano le reali condizioni», spiega a Left un attivista di Acad raccontando che la famiglia è sconvolta «perché la pena di morte in Italia non dovrebbe esistere anche nell’eventualità che il loro caro fosse stato incapace di gestire la rabbia o avesse problemi con l’alcol, come si affrettano a riportare i primi resoconti. I dettagli dei racconti dei testimoni ci hanno lasciati sconvolti, abbiamo fatto tutto il possibile per far capire alla famiglia che non è sola e che se vorrà potrà contare sulle forze di una rete solidale che sarà al suo fianco, e su avvocati preparati che sono stati già allertati e sono pronti insieme a periti legali a scrivere la vera verità sulla morte di Arafette. Ora inizia una corsa contro il tempo».

Oltre alle urgenze legali e agli accertamenti medici da richiedere nelle ore a ridosso di questa ennesima morte avvenuta a una persona la cui incolumità doveva essere responsabilità di chi lo aveva in custodia, c’è anche la necessità, che emerge nell’incontro tra i volontari di Acad e i familiari della vittima, di restituire la dignità umana a una persona dopo l’assoluzione preventiva via tweet da parte del vicepremier Salvini, ministro di polizia. «Totale e pieno sostegno ai poliziotti che a Empoli sono stati aggrediti, malmenati, morsi. Purtroppo un tunisino con precedenti penali, fermato dopo aver usato banconote false, è stato colto da arresto cardiaco nonostante gli immediati soccorsi medici. Tragica fatalità. Però se un soggetto violento viene ammanettato penso che la polizia faccia solo il suo dovere», ha scritto il noto statista leader di uno dei due partiti di governo, quello più allergico alle denunce di eventuali abusi in divisa.

Come alcuni sindacati di polizia, il Sap, ad esempio (celebre la standing ovation del congresso nazionale per i quattro colpevoli dell’omicidio Aldrovandi già condannati in giudicato) che poche ore dopo il fatto di Empoli ripete le litanie in favore dell’uso di presunte armi non letali: «Torniamo ancora una volta a ribadire quanto sia essenziale la dotazione di taser e telecamere per gli uomini in divisa operativi su strada. Sono strumenti necessari per la tutela e la trasparenza – scrive Stefano Paoloni, segretario generale del sindacato autonomo di polizia, Sap -. Con il taser, soggetti che danno in escandescenze, possono essere bloccati evitando il contatto fisico. Con questo strumento non letale, che chiediamo a gran voce, si tutela sia il poliziotto che il fermato». Paoloni, che si «augura che nessuno strumentalizzi la vicenda, come avvenuto in passato in casi analoghi», ignora i dossier di Amnesty international sulle centinaia di morti causati proprio dall’uso delle taser o sulla montagna di vittime delle pallottole flashball come sta avvenendo anche in Francia in queste settimane nella repressione scatenata contro i gilet gialli. Il taser, tra l’altro, è stato sperimentato proprio a Firenze alla fine del 2018, contro una persona con disagio psichico.

La Procura di Firenze ha aperto un fascicolo, per ora contro ignoti, ipotizzando il reato di omicidio colposo per la morte del 32enne tunisino. Il pm Christine Von Borries ha ascoltato come persone informate sui fatti tutti gli intervenuti presso il money transfer, dove il tunisino Arafet Arfaoui è deceduto per un probabile arresto cardiocircolatorio mentre si trovava con le manette ai polsi e con una cordicella ai piedi. Lunedì prossimo sarà effettuata l’autopsia. Le indagini sono condotte con la collaborazione dalla squadra mobile della Questura di Firenze secondo un discutibile costume per cui la polizia indaga su sé stessa come i carabinieri indagarono, sempre a Firenze, sulla morte in circostanze simili di Riccardo Magherini, il 3 marzo del 2014. Il magistrato ha disposto anche l’acquisizione delle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona.

Nel paese dei casi Cucchi, Aldrovandi, Budroni, Rasman, delle “celle lisce” in carcere, delle mattanze di Bolzaneto e della Diaz, dove non esiste un codice alfanumerico per identificare gli autori di reati commessi travisati e in divisa e dove non c’è una legge degna di questo nome contro la tortura (ed è un catalogo estremamente incompleto) suonano assolutamente fuoriluogo le dichiarazioni del segretario generale Fsp, Federazione sindacale di polizia, in relazione alla ennesima morte sopravvenuta durante un fermo: «I poliziotti italiani sono un modello per l’intera Europa e sono certamente i più preparati al mondo a gestire le situazioni limitando al minimo l’utilizzo della forza a costo di pagarne le conseguenze sulla propria pelle, come purtroppo è accaduto molto spesso. Eppure temiamo che adesso parta la solita campagna di delegittimazione della divisa da parte di coloro i quali quasi attendono con ansia vicende del genere pur di poter crocifiggere chi appartiene alle forze dell’ordine. Quel che va detto, invece, è che i poliziotti non sono medici non possono essere lasciati da soli di fronte a situazioni in cui è palese la necessità di una gestione da parte di personale sanitario».

 

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