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Nel suo palazzo presidenziale a Damasco il presidente siriano Bashar al-Assad si starà sfregando le mani vedendo che sempre più suoi nemici sono pronti nuovamente a riconoscerne l’autorità in Siria. L’ultimo Paese arabo in ordine di tempo ad annunciare la ripresa dei rapporti diplomatici è stato il Bahrain. A dicembre un comunicato del ministro degli Esteri bahranita certificava quello che un tempo, soprattutto nel biennio 2012-2013, sembrava impossibile: la vittoria del leader baathista nella guerra civile siriana. Nella nota, Manama affermava di essere «ansiosa di continuare le relazioni» con Damasco e di agire «in modo da preservare l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale della Siria prevenendo così il rischio di interferenze regionali nei suoi affari». Le parole erano accompagnate da una promessa: la riapertura dell’ambasciata del Bahrain in Siria. Pura formalità per i due Stati arabi che già da un po’ di tempo collaborano alla luce del sole: l’ambasciata siriana è già operativa nel piccolo arcipelago del Golfo e i voli tra i due Paesi sono ripresi. La mossa di Manama ha fatto seguito a quella simile degli Emirati Arabi Uniti ed è emblematica della sconfitta dell’asse sunnita (Paesi del Golfo e Turchia) che aveva puntato tutto sui “ribelli” siriani (per lo più islamisti quando non qaedisti) nel tentativo di infliggere un duro colpo al blocco sciita guidato dall’Iran, alleato di Damasco.
La retromarcia su al-Assad del Bahrain e degli Emirati certifica che gli Stati arabi si stanno preparando a…

L’articolo di Salvatore Prinzi prosegue su Left in edicola dal 25 gennaio 2019


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