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Non molti sanno che nel 1933 Pablo Neruda tradusse e pubblicò, in una rivista cilena, due poesie giovanili di James Joyce. I motivi di questo connubio appartengono tuttora all’imponderabile e all’ignoto. Due scrittori apparentemente più distanti sarebbe difficile reperirli nell’arco del Novecento. Eppure, quando un poeta traduce un altro poeta, il legame tra i due è sempre profondo, ed è dunque nascosto, velato, quasi indefinibile.

Se un artista si dedica a un altro artista le ragioni sono intime e invisibili; appartengono alla materia oscura del letterario, una materia non buia o nera, ma trasparente, che non emette luce. Ma la critica da sempre rincorre l’idea impalpabile che si possa rintracciare una qualche influenza tra scrittori, per poter poi identificare corrispondenze e affinità, e utilizzarle con l’intento di spiegare, analizzare e razionalizzare le loro opere. Eppure, nell’arte il non visto ha la priorità su quel che si può provare, e quanto è possibile toccare e soppesare è certo meno importante dell’immateriale su cui tutto si fonda.

E allora, il rapporto tra questi due artisti rimane, forse non a torto, scarsamente indagato e ancora meno compreso. Ma comprendere a volte può apparire rischioso, in letteratura, perché significa in un certo senso racchiudere e delimitare; e il vento dell’arte, quello che accarezza le parole come fossero erba, non lo si può in alcun modo intrappolare.

Di questa storia in particolare, quel che conosciamo grazie agli studiosi è che…

L’articolo di Enrico Terrinoni prosegue su Left in edicola dal 25 gennaio 2019


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