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Quando soffia il vento del cambiamento c’è chi costruisce muri e chi mulini a vento.

Il vento sarebbe soffiato presto sull’Europa. Si sapeva. Già Umberto Eco nei suoi Cinque scritti morali (Bompiani 1997) ci aveva avvisati: «Se vi piace sarà così e se non vi piace sarà così lo stesso». Ci si chiedeva, ai tempi, e, ahimè, lo si fa ancora, se fosse legittimo ammettere nelle università parigine studentesse con lo chador o se, in territorio italiano, sarebbe stato opportuno far erigere qualche moschea. Proseguiva Eco: «Nel prossimo millennio, non sono un profeta, non so specificare la data, l’Europa sarà un continente colorato». Eccoci qui, nel nuovo millennio, ormai non più solo da qualche minuto. Il vento ha soffiato, il cambiamento è arrivato. Quante volte abbiamo pensato di poter assistere a tutto ciò come stanchi e distratti spettatori. Quante volte abbiamo preferito il divano al dovere, sempre pronti a desiderare la pace, ma considerandola una “missione” e non un quotidiano e concreto impegno.

Massimo Ferrari e Gaia Capurso non si sono comportati così. Massimo e Gaia (MaGa Production) hanno preso un’automobile e si sono messi a percorrere l’Italia dal centro al nord e dal nord al sud facendo quello che sanno fare, il loro mestiere: raccontare attraverso le immagini la vita, i sentimenti, le gioie e i dolori delle persone. Autore e regista lui, autrice e produttrice lei.

È nato così il documentario Dove vanno le nuvole, proiettato nelle sale cinematografiche di tutta Italia e sbarcato, tra i consensi della critica, anche a Chicago. Già vincitore di numerosi premi tra cui è importante ricordare il primo posto ottenuto al Sole luna doc festival di Treviso nella sezione Human rights. È nato così, tra l’accanimento dei “potenti” contro le Ong e gli sgomberi di chi sa essere forte con i deboli.

È nato quando ancora Domenico Lucano poteva dormire tranquillo nella sua casa sapendo che, appena sorto il sole, sarebbe uscito insieme alla sua gente (che poi siamo tutti) per continuare a costruire, come faceva ormai dal 1998, un modello efficace di integrazione che l’ha portato a essere considerato dalla rivista americana Fortune uno dei leader più influenti al mondo. Ecco il senso profondo di un documentario che racconti, perché non si perda, diverse storie di solidarietà e coraggio. Sì, coraggio. Perché ad alzare la testa contro i deboli, contro chi ha fame, contro chi è stato spogliato di ogni dignità tutti siamo capaci. Ma ad alzare la testa con fierezza ogni mattina, al fastidioso e ripetuto suonare della nostra sveglia, ci vuole, in un mondo come quello di oggi, un immenso e cristallino coraggio.

Per questo, a conclusione della campagna Riace premio Nobel per la pace 2019, fortemente voluta da organizzazioni della società civile, Ong e comuni, è giusto ripercorrere le tappe di un viaggio alla ricerca della pace perché, come ha detto Fanny, fuggita da un conflitto armato in Congo e per diciannove giorni a bordo della nave Sea watch: “Non siamo pesci”. Né loro, né noi.

Com’è nato il vostro viaggio attraverso l’Italia?
È nato da una esigenza e da una urgenza, provare a capire se fosse possibile affrontare il tema migrazione in modo diverso, uscendo da stereotipi e notizie di cronaca. Capire se esistessero modelli di accoglienza e convivenza e conoscerli, provare ad indagare quello di cui nessuno parlava. Quindi è partito il viaggio.

Cercavate qualcosa di ben preciso: l’immagine di un’Italia sempre chiamata in causa riguardo alla questione “emergenza migranti”. Poi ne è nato molto altro…
Sull’emergenza hanno speculato e speculano in tanti. Abbiamo trovato un’Italia e degli italiani che si sono rimboccati le maniche, che hanno scoperto con l’esperienza e la pratica come risolvere i problemi, come trasformarli addirittura in risorse. Risorse dal punto di vista umano ma anche economico. È nato il documentario Dove vanno le nuvole e poi la serie di 15 documentari dal titolo Le città invisibili.

Le storie che si intrecciano nel vostro documentario sono diverse tra loro, eppure c’è qualcosa che le unisce fortemente…
Si, quelle del documentario sono storie da sud a nord Italia, che accomunano un sindaco calabrese, un imprenditore padovano, un regista bolognese ed un professore trevigiano. Quattro modelli e simboli di un’Italia che inventa soluzioni e strade imprevedibili difronte al vento del cambiamento. Quattro “mulini a vento” capaci di cambiare gli equilibri in un’epoca in cui sembra più facile ed utile costruire muri.

Il 20 dicembre 2018 al teatro Palladium di Roma è stata lanciata la campagna di “Riace Nobel per la pace 2019”. Voi avete vissuto accanto ai riacesi, avete dormito e mangiato insieme a loro: è davvero una storia da Nobel?
Sarebbe una storia normale in un mondo normale. Nel mondo in cui viviamo (in cui il sindaco di Riace è addirittura costretto all’esilio) è una storia da Nobel. Lucano è una bellissima persona, capace, perspicace, tenace, visionaria ma anche concreta. Basta parlargli, incontrarlo, basta vedere cosa è riuscito a fare nel suo paese, per capirlo.

I bronzi ritrovati nel 1972 e oggi Mimmo Lucano: una Calabria sfruttata ed emarginata che cerca sempre di rinascere da sola. È forse per questo che la storia di Riace sembra far paura ai potenti?Non so cosa spaventi di questa storia. So che è un modello che andrebbe studiato e replicato. Così come altri esempi che emergono nel documentario ma anche nella serie.

Perché il titolo Dove vanno le nuvole?
Il titolo nasce da un murales che si trova a Riace. Ci sono tante nuvole e su ognuna c’è scritto il nome di una nazione del mondo. In grande campeggia la domanda: Dove vanno le nuvole? Ci è sembrata più che altro una risposta però, è la storia dei popoli ad insegnarcelo, in periodi diversi siamo stati tutti migranti, il viaggio da sempre segna il destino dell’Uomo, da Ulisse in poi. Per cui tutti andiamo Dove vanno le nuvole

Avete incontrato ostacoli nel vostro lavoro?
Gli ostacoli ci sono sempre, ma abbiamo incontrato soprattutto persone straordinarie di cui, nonostante le difficoltà e gli ostacoli, ci sembrava doveroso raccontare le storie. Una contro-narrazione che afferma una realtà altra, possibile, quotidiana.

«Come metafora immaginiamo che c’è una porta che si può chiudere e si chiude tutto, se si apre si apre tutto». Risponde così Mimmo Lucano a una vostra domanda. Nel vostro documentario emerge fortemente che l’Italia è un Paese che ha voglia di aprirsi a tutto. Cosa manca ancora perché questo desiderio possa trasformarsi in realtà?
Manca mettere in rete le esperienze virtuose che trasformano le urgenze in opportunità per tutti. Metterle in rete e renderle visibili, dissociando il degrado e la delinquenza dalle parole “migrazione” ed “accoglienza”. Spesso è così, specie nei grandi centri, ma è così per una incapacità di gestione. È la gestione errata o speculativa che ha creato il degrado. In Italia ci sono tante esperienze che dimostrano come una gestione umana ed intelligente possa diventare una opportunità per tutti. In termini di occupazione prima di tutto.

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