Condividi

Magari non lo sa, Christophe Chalençon, che i Cinque stelle al governo, come un sol uomo, hanno votato il decreto Salvini che, oltre a complicare la vita drammaticamente ai rifugiati e ai richiedenti asilo, equipara il blocco stradale al sequestro di persona. Christophe Chalençon è un gilet giallo e quelli come lui, in Italia, rischierebbero da 2 a 12 anni di galera. Ma per una poltrona a Bruxelles può anche capitare che in un albergo dell’hinterland meridionale di Parigi, Luigi Di Maio incassi una bozza di accordo con Chalençon, leader dell’ala “dura”, o forse ambigua, del movimento transalpino (per dare un’idea del personaggio, è quello che a dicembre ha chiesto le dimissioni del governo e la nomina del generale de Villers, ex capo di stato maggiore, al suo posto) e, soprattutto, con quella parte dei gilet gialli che scenderà in campo – con la lista Ric (Ralliement d’initiative citoyenne) – il 26 maggio. È un accordo a metà, anche perché, al momento, Chalençon nega qualsiasi alleanza elettorale. Chalençon, che esclude al momento ogni ipotesi di alleanza: «È possibile? Per niente», dice, annunciando in ogni caso un nuovo vertice, stavolta in Italia: «Andremo presto a Roma».

L’accordo finto tra Di Maio e Chalençon
Ma a Dibba e Di Maio, per ora, basta. La prossima settimana, a Roma, l’incontro con la capolista Ingrid Lavavasseur potrebbe segnare un passo decisivo per la ratifica del manifesto comune lanciato dal M5s. Manifesto che, finora, raggruppa partiti minori di Paesi che porteranno a Strasburgo un numero comunque non cospicuo di europarlamentari. Ecco perché, nella strategia del M5s, l’accordo sia pur con una parte dei gilet gialli potrebbe fare da pivot in una campagna dove Di Maio è costretto a destreggiarsi tra socialisti, popolari e i sovranisti capeggiati dal suo alleato Matteo Salvini. L’incontro con Chalençon e con alcuni esponenti della lista Ric avviene con un vero e proprio blitz Oltralpe, lontano dalle telecamere, che Di Maio e Alessandro Di Battista organizzano in Francia con gli eurodeputati Ignazio Corrao, Fabio Massimo Castaldo e Tiziana Beghin. «Il vento del cambiamento ha valicato le Alpi», esulta il vicepremier sottolineando le battaglie in comune con i gilet gialli: dall’ambiente alla democrazia diretta fino ai diritti sociali e al no alla Tav. Si tratta, invero, solo dell’ala guidata da Chalençon, 52enne fabbro di professione, considerato il leader dei “gilet gialli liberi” e teorico di una vera e propria guerra civile, con tanto di sostituzione dell’attuale ministro dell’Interno francese con un esponente militare. Poco dopo, non a caso, uno dei principali – e più noti – leader dei gilet gialli, Eric Drouet, disconosce qualsiasi «iniziativa politica» fatta a nome del movimento. E in serata lo stesso Chalençon, pur dicendosi d’accordo «su tutto» con Di Maio, frena su un patto per le Europee con il M5s. Anche se, spiega, Di Maio ci ha assicurato che «le liste del M5s saranno separate dalla Lega, e questo ci piace». Che l’accordo vada o meno a buon fine, la mossa del duo Di Maio-Dibba porta nel vivo il duello elettorale con la Lega. Un duello in cui la strada del MSs, incrociandosi con i gilet gialli, punta a drenare voti in Francia a Marine Le Pen e in Italia proprio a Salvini. Del resto, nel Movimento, c’è atmosfera da campagna elettorale. «Se riusciamo a consegnare fisicamente le card guadagneremo almeno 5 punti», osserva un parlamentare M5s in vista delle Regionali e delle Europee. In questo quadro, il nodo Tav e quello Diciotti fanno da convitati di pietra. Difficile che sulla Torino-Lione il M5s faccia ora dietrofront. L’obiettivo-tampone è rinviare la questione a dopo le Europee, con il consenso di Francia e Ue. Anche perché il rischio è che, se lo scontro perdurerà, si vada al voto in Aula per modificare il trattato Italia-Francia sulla Tav. Voto che sarebbe una sorta di bomba a orologeria sull’alleanza. E l’incrocio tra la tempistica della Tav e quella del voto in Giunta, e poi in Aula sul caso Diciotti, è ad alto rischio. «Si curi chi pensa ad uno scambio» tra i due dossier, avverte Matteo Salvini, tornando ad attaccare il M5s: stop a «insulti e supercazzole». Ma l’idea dello scambio, tra i 5 Stelle, serpeggia eccome. E se sulla Tav il Movimento non arretra si fa avanti l’idea del no all’autorizzazione a procedere: scelta che, secondo i sondaggi che girano nel M5s, non sarebbe poi così invisa alla base. E potrebbe essere affidata al referendum online.

Chalençon, se fosse italiano sarebbe leghista oppure grillino
Il Ralliement d’initiative citoyenne raggruppa solo una parte dei gilets gialli che ha deciso di presentarsi alle prossimi elezioni europee di maggio 2019. Il Ric è guidato da Ingrid Levavasseur, infermiera trentunenne della Normandia e da Chalençon, 53 anni, un fabbro originario dalla Provenza e un ex candidato alle legislative nel 2017 per il partito Génération citoyens (GC) guidato dal giornalista e eurodeputato Jean-Marie Cavada. A differenza di altri gilet, come Jacline Mouraud o Paul Marra che hanno creato movimenti politici ma che hanno scelto di non presentare alcuna lista alle Europee, o di Priscillia Ludosky ed Eric Drouet, considerati come elementi più radicali, il Ric invece è sceso in pista per la prossima tornata elettorale. L’iniziativa di Levavasseur, che prevede una selezione dei candidati attraverso il sito euroric.fr, è stata contestata anche da una parte del movimento complessivo che è contrario ad un movimento politico. «Non siamo apolitici. Noi siamo, diciamo all’avanguardia, quelli che si sono lanciati. Poi vedremo», sottolinea Levavasseur spiegando di «non essere né di estrema destra né di estrema sinistra» e di aver votato nel passato per i verdi. «Purtroppo alle ultime elezioni presidenziali ho votato Emmanuel Macron perché non volevo votare Marine Le Pen», la presidente del Rassemblement National, l’ex Front National. Secondo alcuni sondaggi un movimento dei gilets gialli alle elezioni europee potrebbe prendere intorno al 10-13%. Intanto Hayk Shahinyan, il direttore della campagna elettorale del Ric, un passato tra i giovani socialisti, ha già gettato la spugna appena cinque giorni dopo la discesa in campo. «La guerra civile è inevitabile», ha detto Chalençon in un video postato a dicembre, auspicando l’intervento dell’esercito per ristabilire il potere del popolo sovrano. «Faccio appello a monsieur Macron o, se non vuole piegarsi, ai militari». Parole che qui da noi potrebbe pronunciare solo un leghista, o un grillino visto che sul tema della democrazia le differenze fra i due soci di governo sono sempre più invisibili. Islamofobo, a giudicare da certi post, Chalençon tre anni fa si dichiarava del Front National per combattere il «flagello silenzioso» dell’immigrazione, lui che ha fatto affari in Tunisia e che i suoi stessi concittadini accusano sui social di essere un imprenditore truffaldino, lui che a dicembre chiedeva un incontro al governo per negoziare ma fu sconfessato dal movimento reale, lui che ha risposto all’appello del faccendiere di destra Bernard Tapie e ha lanciato il Ric con Ingrid Levavasseur. Lui che aveva provato a candidarsi con la lista di Macron, che non l’ha voluto, e allora è sceso in campo con Révolution Nationale, partitino già scomparso ma che mastica la trita trinità di Lavoro-Patria- Famiglia, come un Pillon qualsiasi, o un Borghezio, o un Di Maio, appunto.

La convergenza con i sindacati e la legge anti-casseurs
Tutto ciò proprio mentre nelle vie di Parigi andava in scena la prova di convergenza (a cui i Cinque stelle sono allergici) tra sindacati e gilet gialli: diverse decine di migliaia di persone hanno manifestato ieri in tutta la Francia, nel quadro delle proteste indette dal sindacato Cgt, ma anche – per la prima volta – con la partecipazione dei gilet gialli che fino ad ora avevano guardato alle sigle sociali con una certa diffidenza. Alla mobilitazione nazionale di 24 ore aderivano anche i syndicats Fo, Solidaires, France Insoumise. Altrettanti organismi fortemente orientati a gauche, per la prima volta in piazza ovunque con le casacche gialle. Per il segretario generale della Cgt, Philippe Martinez, questa prima giornata di convergenza delle lotte è certamente «un successo». Lo dimostra anche la chiusura per sciopero di un monumento simbolo del Paese, la Tour Eiffel. A Parigi, secondo il sindacato, sono state 30mila le persone scese in piazza, 18mila secondo la polizia. Tra le principali rivendicazioni, innalzamento dei salari, giustizia fiscale, opposizione alla riforma scolastica, aumento della retta degli studenti stranieri o difesa del servizio pubblico. Migliaia di persone in piazza anche in altre metropoli francesi come Marsiglia o Rouen. Mentre rallentamenti, blocchi e disagi si sono registrati ai quattro angoli della République. In totale, sono stati circa 160 gli avvisi di sciopero depositati, in particolare, nella funzione pubblica (Dgccrf), nei trasporti (come il gruppo Ratp che gestisce la metropolitana di Parigi o le ferrovie Sncf). Disagi, dal primo mattino, anche all’aeroporto di Nantes e blocchi nel porto di Le Havre. Sempre questa mattina, secondo France Info, diverse centinaia di militanti tra lavoratori e gilet gialli hanno bloccato, tra l’altro, i mercati generali di Rungis, alle porte della capitale. Oltre alle rivendicazioni sociali come innalzamento dei salari ed equità fiscale, alcuni sono sfilati per difendere «la libertà di manifestare». L’Assemblea Nazionale il 5 febbraio ha approvato in prima lettura la legge anti-casseurs, che attribuisce ai prefetti la possibilità di vietare le manifestazioni. Un provvedimento che spacca la stessa maggioranza presidenziale di Emmanuel Macron, passato con 387 voti favorevoli, 92 contrari e 74 astenuti. Un testo che avrebbe dovuto «essere buttato via nella sua interezza», ha detto martedì a Franceinfo Arié Alimi, avvocato del “barreau” di Parigi e membro della Lega per i diritti dell’uomo (LDH), «perché ogni disposizione è ultra-liberticida e cambia radicalmente l’equilibrio naturale e giuridico del diritto alla protesta in Francia. La prima cosa è proteggere il diritto alla protesta che è un diritto costituzionale. E poi dobbiamo permettere alle famiglie di tornare alle dimostrazioni. Questo testo aggrava solo il reato e la pena esistenti. Avere il volto completamente nascosto, ad esempio, è già proibito. Tuttavia, data la violenza dei dimostranti e delle forze dell’ordine oggi, dobbiamo proteggerci imperativamente, inclusi i gas lacrimogeni. Oggi sarebbe praticamente impossibile arrivare a un evento senza protezione sul volto».
La disposizione più preoccupante, per l’attivista per i diritti umani, è il daspo a persone che possono causare disturbi all’ordine pubblico. «Se una persona conosce un’altra persona che può causare disturbi nel corso di una manifestazione, il governo ha il diritto di proibire a quella prima persona di dimostrare. Inoltre, è il governo, non il giudice, che proibirà a quella persona di manifestare. E questa persona sarà schedata. Da oggi il governo ha l’opportunità di impedire ai suoi avversari politici di manifestare».

Commenti

commenti

Condividi