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Ci si chiede come sia stato possibile che un Paese nel quale lo sterminio degli indigeni è stata la cifra della cristianizzazione, abbia potuto esprimere un presidente come Bolsonaro, che di quel genocidio incarna l’eredità trionfalistica. La vastità geografica, la diversità etnica, la disparità sociale, la forbice incolmabile tra classi agiate e classi povere, sono elementi che contribuiscono alla lettura di quanto accaduto con questa ignobile elezione, ma non sono esaustivi. Occorre individuare gli elementi unificatori sui quali si è dipanato il consenso trasversale per questo figuro. Oltre la lingua portoghese, ciò che accomuna i brasiliani, è un diffuso sentimento religioso che proprio in Brasile ha avuto sempre declinazioni singolari. La Teologia della liberazione, ad esempio, è nata in Brasile con un ex prete francescano, Leonardo Boff il quale aveva promosso un movimento di reazione allo sfruttamento dei poveri da parte delle oligarchie terriere che agivano indisturbate perché protette dai governi dittatoriali militari. La Teologia della liberazione conteneva anche un elemento destabilizzante per il potere clericale, ovvero la contestazione contro la verticalizzazione sacerdotale.
Quando la Teologia della liberazione si è diffusa anche in Argentina, ha trovato il contrasto dei gesuiti come Bergoglio, il quale ha elaborato, in prospettiva di contrasto, la Teologia del popolo. La neutralizzazione è avvenuta per assimilazione: la Teologia del popolo ha ricalcato la Teologia della liberazione e l’ha epurata dei riferimenti alla lotta di classe marxista, sostituendola con l’alleanza delle classi, ovvero con un corporativismo conformista che soffoca ogni potenziale rigurgito di ribellione.
La Teologia del popolo aveva introdotto la metodologia della “rivoluzione passiva” che consiste nell’…

L’articolo di Carla Corsetti prosegue su Left in edicola dall’8 febbraio 2019


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