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Nei Paesi da cui arrivano, di come si sta, come si vive, ti dicono tutti la stessa cosa. Ti dicono solo: Problem. Very problem.

E però il problema è anche che sono Paesi come l’Afghanistan, il Pakistan. La Nigeria. E non importa quanta sia la violenza, quanta sia la povertà: i siriani hanno la priorità. Per tutti gli altri, è molto difficile avere asilo. Tutti gli altri non sono profughi: sono migranti. E quindi finiscono per incagliarsi qui. In quest’isola di boschi e spiagge di ciottoli che è Grecia, è Europa, i trafficanti non hanno mentito: ma è così vicina alla Turchia che il telefono è sempre in roaming. E comunque, Lesbo è Europa solo geograficamente. E non solo perché il campo di Moria è fisicamente reciso dal resto dell’isola, cintato da alte cancellate e filo spinato, ma perché a guardarlo, con il suo reticolo di tende piantate nel fango, un fango punteggiato di stracci e spazzatura, ti ricorda altro – l’hai già visto, sì, un luogo così: l’hai già visto in Siria, in Yemen. In Sudan. Nelle mille guerre del mondo.

Moria è uguale.

Ha spazio per 3mila profughi, ma al momento, i profughi qui sono oltre 8mila. Accampati anche fuori dal campo vero e proprio. Tra gli alberi di olivo. E quella spazzatura, in realtà, non è spazzatura: è legna da ardere. Dentro vecchi barili di benzina tranciati in due: e un’aria densa di diossina. All’alba, sono già tutti svegli, in fila nella foschia per un po’ di cibo. E li riconosci subito, uno a uno, perché sono identici al giorno prima, hanno la stessa felpa rossa, la stessa camicia: hanno dormito così. Vestiti.

E ti fissano senza…

Il reportage di Francesca Borri prosegue su Left in edicola dall’8 febbraio 2019


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