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«Se hanno un briciolo di intelligenza al governo ascoltino questa piazza e aprano un confronto. Noi siamo il cambiamento». A sei anni dall’ultima manifestazione unitaria dei confederali, il neo segretario della Cgil Landini avanza questa provocazione dal palco di una piazza San Giovanni gremita, per sferzare le politiche del governo giallonero. Ma in che direzione si muove, il cambiamento reclamato dai sindacati radunati a Roma il 9 febbraio?

Crescita, lavoro, pensioni, fisco sono il collante scelto dalle tre sigle per procedere insieme. Per questo la notizia, arrivata poco prima dell’appuntamento romano, del crollo della produzione industriale segnalato dall’Istat viene subito cavalcata dalle tre sigle. «La situazione non va – spiega Landini – non va che non c’è lavoro, non va che ci sia ancora evasione fiscale mentre bisogna far ripartire il Paese e per farlo c’è bisogno di investimenti». Di bisogno di investimenti parla anche Annamaria Furlan (Cisl), «siamo a un passo dalla recessione economica, la produzione industriale cala, lo spread aumenta, servono interventi per ritornare a crescere, a cominciare dalle infrastrutture», e Carmelo Barbagallo (Uil), «servono investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali per puntare allo sviluppo, il Paese è in recessione noi siamo contro l’austerità». Investimenti ambiti anche da una delegazione di Confindustria Romagna presente in piazza, per chiedere al governo di puntare sul gas naturale italiano, contestando lo stop alle trivelle nell’Adriatico previsto nel decreto Semplificazioni.

Insomma, davvero la “coalizione” che Landini stesso definisce come “non contro qualcuno ma per l’occupazione” sembra in grado di tenere insieme la volontà di una grande fetta del Paese. Ma a quale prezzo? E soprattutto, chi resta escluso, fuori da piazza San Giovanni?

Spesso, in questi mesi, abbiamo raccontato in presa diretta le lotte più effervescenti e genuine in atto a sinistra. Tre in particolare: quella degli studenti, i primi a manifestare questo autunno contro il governo, quella delle donne, che con “Non una di meno” si preparano allo sciopero dell’8 marzo, e quella contro le grandi opere inutili, dannose e imposte e per la manutenzione del territorio, coi suoi comitati protagonisti delle mobilitazioni dell’8 dicembre, pronti a farsi sentire di nuovo il 23 marzo. Ebbene, respirando l’aria di piazza San Giovanni, e annotando le parole d’ordine ricorrenti, era evidente che proprio queste tre lotte fossero le grandi escluse dalla kermesse. Sacrificate, per ambire a quell’unità sindacale che secondo Landini può mettere spalle al muro i pentaleghisti, quella stessa maggioranza parlamentare votata anche da molti tra i presenti sotto al palco.

Dove, proprio in prima fila, campeggia lo striscione: «No Tav, No Triv, No Tap = No Lav», ossia “no lavoro”. Il messaggio è chiaro. Quei No, insieme alla idea di sviluppo sostenibile che portano con se, devono diventare dei Sì.

Così come si deve mandar giù senza troppi piagnistei il dispositivo che ha portato lavoro gratuito e sfruttamento fin dentro ai programmi scolastici degli studenti italiani. «Hanno tagliato i fondi dell’alternanza scuola lavoro, che era l’unico strumento (…) per sperimentare sul campo quello che i ragazzi studiano nelle scuole», dice al microfono una maestra della Cisl, prima dell’intervento dei segretari, anticipando i concetti ribaditi anche da Furlan. Una difesa tout court – che nessuno smentisce dal palco – di quei tirocini che, come più volte abbiamo documentato, costringono i giovani a mansioni non retribuite che spesso hanno ben poco di formativo, quando non mettono addirittura a repentaglio la loro incolumità.

Di donne, invece, quasi non si è parlato. Un silenzio eloquente. La questione di genere non è sul tavolo dei confederali, che proprio per l’8 marzo, lungi dall’aderire allo sciopero lanciato da “Non una di meno”, hanno indetto una assemblea nazionale delle donne. Come dire, non solo si rinuncia al dialogo con uno dei movimenti più vivaci a sinistra (la Cgil anche negli anni scorsi aveva detto “no” alla proclamazione dello sciopero), ma lo si «boicotta», come afferma in una nota l’opposizione Cgil – Il sindacato è una altra cosa.

Tutto ciò, per salvaguardare il fronte comune di lotta. «Noi oggi siamo qui unitariamente – ha ribadito Landini – questa è una grande cosa, una grande novità, perché noi abbiamo bisogno di unire questo Paese non di dividerlo ulteriormente e di aumentare la divisione tra le persone». L’idea dell’ex leader della Fiom, si è detto, è quella di costruire un sindacato che tenga unito il fronte dei lavoratori, un sindacato di classe. Giusto. Ma ne vale la pena, se per farlo diventa necessario tagliare i ponti con i fronti di lotta più interessanti che a sinistra si sono aperti in questi anni?

Certo, le parole scandite a gran voce da Landini su qualità del lavoro, diritti uguali per tutti, no alla devolution, no ai muri, antirazzismo e antifascismo, hanno rappresentato senza dubbio una ventata di aria fresca, nel pesante clima politico di questa fase sciagurata. Ma – per quanto parlare di “lotta di classe” possa suonare insolito nel 2019 – puntare ad un sindacato di “classe”, e poi rinunciare alle “lotte” degli studenti sfruttati, dei cittadini che si oppongono alle grandi opere inutili e delle donne la cui identità ancora non è riconosciuta appieno e rispettata, non sembra la strada più giusta per raggiungere quel cambiamento di cui a sinistra abbiamo un gran bisogno.

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