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Nel secondo anniversario della scomparsa di Massimo Fagioli, vi proponiamo una lettura originale del film di Ang Lee firmata nel 2014 dallo psichiatra dell’Analisi collettiva

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È un film di Ang Lee che narra, splendidamente, la storia di un ragazzo indiano che, per un naufragio, rimane in una barca insieme ad una tigre del Bengala. Alla fine svela che è un uomo adulto che aveva raccontato la sua storia. Era la sera di Capodanno. Senza sognare vidi che il film parlava del rapporto bambino-madre. Mi sentii, subito, ragazzo indiano… e la tigre? Il giorno dopo, in quella piccola ed anomala siesta tra sonno e veglia, che anticipa quella del primo pomeriggio, vennero le memorie di un tempo passato quando la Democrazia cristiana veniva chiamata “Balena bianca”. Ma la tigre era troppo grande e affascinante per essere la grossa e pesante Dc. Poi pensai: è meglio vedere, nella bellezza e forza della tigre feroce, il comunismo che seduce e porta, come Circe la diva fatale, ad essere animali, perché ha pensato soltanto ai bisogni e non alla realtà mentale ed alle esigenze. Poi la memoria disegnò, tracciando una linea a semicerchio, il legno e la sua forma all’interno dello studio di via Roma Libera e le parole pronunciarono un suono che disse: la barca! Vidi l’immagine non pensabile dell’Analisi collettiva che fu dialettica mortale. Avevo avuto sempre uno strano amore per un rapporto, mai esistito, tra un ragazzo “indiano” e la realtà della mente umana, detta inconscio, di migliaia e migliaia di persone sconosciute. La mano, spinta dal braccio, si allungò a prendere il Fatto quotidiano del 31 dicembre che stava, forse dimenticato, sulla mensola dello studio dalle pareti di vetro. Mi guardo intorno e vedo che pochi gabbiani riescono a lanciare lo sguardo all’interno anche se è posto in alto, all’ultimo piano di un antico palazzo. Mi dissero che i gabbiani sono stupidi, non vedono bene gli oggetti ma soltanto ombre perché si muovono veloci nell’aria pensando soltanto agli insetti che possono ingoiare tenendo il becco aperto. Non mi ero soffermato a leggere il giornale del 31 dicembre anche se, nel mezzo di una larga colonna in prima pagina, venivo nominato. “È la solita ingiuria per l’antico odio misterioso, espresso con il termine «poetico» di psicoguru, un santone speciale”, pensai. Non esistono una laurea in medicina con lode, una specializzazione in Neuropsichiatria con il massimo dei voti. Non esiste il posto di ruolo negli ospedali di Venezia e Padova, il primario della Comunità terapeutica a Kreuzlingen, in Svizzera dal famoso Binswanger. Non esiste il training detto psicoanalitico, non esistono 16 volumi di teoria sulla realtà mentale umana.

Non esistono i giudizi dei colleghi medici «uno dei più illustri psichiatri italiani del secolo scorso o francesi: il più grande psichiatra italiano». Non esiste “la medaglia d’oro dell’Ordine dei Medici” per una vita professionale qualificante, inequivocabile, esemplare. Non esistono undici anni di corsi di psicologia dinamica all’Università di Chieti. Non esistono 38 anni di psicoterapia di gruppo con l’interpretazione dei sogni che non è potuta mai esistere perché si credeva che i sogni erano mandati dagli dei, dal dio unico o dal diavolo. Non esiste una ricerca di 70 e 40 anni, molto di sinistra, insieme a tutti coloro che liberamente scelgono di venire, senza differenze di classe e di possibilità economica. Non esistono otto anni di costante collaborazione con Left. Sul Fatto quotidiano c’era soltanto il travaglio del ridacchiare scemo che avevo visto il 23 ottobre, con i termini “Fagiology, Scientology”. Ma, mentre ero contento che tale noto giornalista “non capisse niente” dei miei scritti, mi fermai attento sulla frase «Così, aggiungo io, risolverete come me il tragico problema dei fagiolini». Non riesco a fermare il ricordo di scene cinematografiche in cui Himmler e camerati discutevano su come risolvere il tragico problema degli ebrei, zingari, omosessuali e comunisti, ovvero chiunque non fosse (democris…) di razza ariana. E viene l’idea, forse per una crisi di buonismo di cui sono affetto, che dovrei ringraziare Travaglio che mi avverte che “dietro” c’è una destra e qualcuno di “sinistra” che vogliono eliminare oltre l’Unità, Left, L’Asino d’oro edizioni… e l’Analisi collettiva. E viene il superbo pensiero che sta nel ricordo di quando, a Campo de’ fiori, mi sedevo sul piedistallo di Giordano Bruno. O è un tragico umorismo che nasconde altrettanta voglia di rendere non esistente una ricerca che, in mezzo secolo, si è sviluppata ed approfondita? E (non) riesco a pensare alla giornalista russa che si è suicidata per essere stata diffamata e calunniata. Difficile pensare ad una cattiveria da parte di persone mai viste e conosciute. È ideologia politica o credenza religiosa? Ma non importa. Vedrò se il Fatto quotidiano riuscirà a dire meglio ciò che Anna Homberg prima, poi Left e l’Unità con De Simone e Profeti hanno rivelato, ovvero che la matrice del nazismo sta nel pensiero del cattolicissimo Heidegger, come ha confermato Faye con il suo “negazionismo ontologico”, quando fa il nesso con la scoperta della pulsione di annullamento. Lo avevo intuito da piccolo, che nel nazifascismo c’era l’istinto di morte. Lo scrissi quasi cinquanta anni fa dicendo che la nascita umana è fantasia di sparizione e realtà biologica nuova con la memoria-fantasia dell’esperienza fisica avuta nel contatto della pelle del feto, ancora senza vita umana, con il liquido amniotico, e non Geworfenheit che è parto animale. Nella nascita umana c’è una trasformazione che crea una realtà biologica che gli animali non hanno.

Articolo pubblicato su Left del 18 gennaio 2014

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