Condividi

Uccidere l’accoglienza dei richiedenti asilo. O almeno limitarne la portata, il numero di Comuni accoglienti, le modalità di gestione. Che questo fosse un obiettivo dichiarato del governo in carica, come di una parte della sedicente opposizione, è cosa acclarata. La legge Salvini, (mancano ancora i decreti attuativi ma si sta già applicando) è uno strumento essenziale ma non l’unico per giungervi. Stupisce che, mentre un sistema, in gran parte ma non del tutto, mal gestito viene smantellato, il racconto pubblico e le reazioni politiche si soffermino su singoli casi senza comprendere la portata di un progetto complessivo, palese e anche gradito. Ognuno spara cifre un po’ a casaccio per motivare tale azione, i “disaccoglienti” più sfegatati parlano di 5 miliardi di euro che potrebbero essere impiegati per “gli italiani poveri”, dimenticando i vincoli che impongono di non distorcere la destinazione d’uso delle risorse stanziate, in parte provenienti dall’Ue.
I “calcolatori” hanno capito che un disimpegno dello Stato potrebbe tradursi in una gestione, senza legge e senza controlli, da parte di privati, proprietari di case, erogatori di servizi che garantirebbe profitti anche non tracciabili dal fisco. Nel mezzo c’è una maggioranza del Paese, ormai abituata all’esistenza dei centri di accoglienza di diversa natura, che non ha colto una mutazione di fase, iniziata 8 anni fa e accelerata in questi mesi. Riavvolgiamo i nastri. Obiettivo dichiarato dei governi precedenti era quello di mantenere l’accoglienza come emergenza sistematica. Dagli sbarchi degli albanesi negli anni Novanta, fino alle primavere arabe, passando per i tanti flussi migratori che si sono succeduti nel Mediterraneo, si è agito come se si trattasse di…

Disattiva per: inglese

L’inchiesta di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola dal 15 febbraio 2019


SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti

Condividi