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Non esiste vincolo fisico o quasi che non possa essere scavalcato da un’apertura mentale e là dove c’è chi chiude porti e centri di accoglienza non manca chi invece tende la mano verso altri Paesi, per costruire ponti con mattoni di cultura. Perché non solo non c’è integrazione, non c’è neanche progresso senza conoscenza. La pensano così all’Università di Bologna, dove è stata recentemente presentata l’iniziativa Uni-Co-Re University Corridors for Refugees (Ethiopia-Unibo 2019-21), promossa dall’Alma Mater e Unhcr Italia – Agenzia Onu per i rifugiati, e realizzata grazie al supporto del Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e di enti e istituzioni italiane e internazionali.

Il progetto prevede che alcuni studenti fuggiti dai rispettivi Paesi d’origine e attualmente in Etiopia protetti dallo status di rifugiati, una volta conseguita la laurea all’Università di Makelle vengano selezionati per proseguire gli studi in Italia e frequentare un corso di laurea magistrale presso l’ateneo bolognese, grazie a una borsa di studio. «In molti luoghi i rifugiati non hanno accesso all’istruzione pubblica e anche dove questo avviene difficilmente è possibile raggiungere un’istruzione superiore – spiega Barbara Molinario, tra i responsabili del progetto per Unhcr -. Questi corridoi universitari sono quindi parte integrante di quei canali legali attraverso il quale puntiamo a offrire loro la possibilità di cogliere opportunità che difficilmente si presentano nei Paesi di asilo».
Come ogni prima volta anche in questo caso l’emozione è tanta e tutti coloro che hanno contribuito a rendere reale un’idea tutt’altro che semplice da realizzare contano i giorni che li separano dalla fine di aprile. È previsto per quel periodo, infatti, l’arrivo dei cinque ragazzi selezionati per questa esperienza pilota inserita nel più ampio Unibo for Refugees, che ha tutte le carte in regola per divenire un modello da seguire anche da parte di altri atenei italiani.

I ragazzi che saranno accolti nel capoluogo emiliano oltre a studiare verranno coinvolti in percorsi di integrazione nella vita accademica e non solo, affiancati da un servizio di tutorship offerto dal desk internazionale universitario e dall’associazione Next generation, perché non va dimenticato che nonostante si tratti di una grandissima opportunità, questa esperienza rappresenta anche una difficile sfida, impossibile da affrontare da soli. «Non parleranno italiano e saranno umanamente e culturalmente spaesati, per questo è previsto anche un collegamento con famiglie volontarie che seguiranno gli studenti orientandoli all’interno della comunità», continua Barbara Molinario.

Attualmente l’Etiopia accoglie oltre 900mila rifugiati provenienti principalmente da Paesi confinanti quali Sud Sudan, Somalia, Sudan ed Eritrea, e in numeri minori da Yemen e Siria. Non si sa ancora quale sarà l’origine dei ragazzi che troveranno a Bologna la loro ennesima casa, e forse la prima vera occasione di riscatto sociale e personale. Sconosciuto anche il loro futuro più lontano ma di una cosa si potrà essere certi, ovvero che l’Italia avrà giocato un ruolo determinante, sia che ricopra quello di dimora definitiva che provvisoria. Già perché è troppo presto per sapere se saremo stati noi ad offrire loro l’opportunità della vita o avremo solo contribuito a costruire il terreno più opportuno perché questa si concretizzasse altrove. Su una cosa però non vi è alcun dubbio, ovunque il loro destino li porterà non potranno mai dimenticare che un giorno è esistita una parte bella d’Italia, che quando sembrava più difficile farlo ha creduto in loro, preferendo tendere una mano che alzare un muro.

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