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Luigi Di Maio, fa visita ai gilet gialli (una parte e anche assai discutibile) a costo di scatenare una tempesta diplomatica tra Italia e Francia. L’altro, Salvini, si precipita ad appoggiare la lotta dei pastori sardi, magari ricordandosi del sostegno leghista alle rivolte contro le quote latte, anche se si trova fra i piedi un grande sciopero degli studenti che mentre solidarizzano con i pastori contestano il suo decreto sicurezza.

Per l’uno e per l’altro l’assillo elettorale è evidente. I Cinquestelle pensano ad una campagna europea centrata sull’attacco a Macron, simbolo delle élites, e cominciata con le accuse di neocolonialismo. La Lega spera di bissare l’Abruzzo e di diventare alle prossime regionali sarde il primo partito della coalizione vincente. Ma l’accusa di elettoralismo non esime dal guardare più a fondo in questi comportamenti per capire cosa li consente, a cosa mirano, perché possono essere “vincenti”. Sta di fatto che Lega e Cinquestelle reinterpretano il conflitto, selezionandone soggetti e forme secondo la loro visione di società e le loro finalità di potere. Non c’è dubbio che la loro propensione sia al rapporto diretto che salta e smonta la intermediazione sociale. Così facendo tolgono al conflitto autonomia, capacità di connessione, visione generale. Al contrario promuovono divisione e contrasti. «Dopo i clandestini ci occuperemo dei centri sociali» dice lo stesso Salvini che blandisce i pastori. Ma il fatto è che si è arrivati a questo punto attraverso un percorso che ha consegnato alle destre questa possibilità di azione.

Quando irrompe quella rottura del compromesso sociale voluta dalla nuova rivoluzione conservatrice la “convivenza” tra il conflitto ed un esercizio del governo dello Stato, comunque garante dell’ordine ma disposto a interloquire con esso, viene meno.

Sono tempi radicalmente nuovi quelli in cui Di Maio…

L’articolo di Roberto Musacchio prosegue su Left in edicola dal 22 febbraio 2019


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