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Il 28 ottobre 2003 all’Institute of Contemporary art di Londra era stato proiettato il lungometraggio Deep Breath. Dopo la proiezione, il regista Parviz Shahbazi rispose alle domande. Sette mesi prima, l’Iraq del dittatore Saddam Hussein era stato attaccato dalla coalizione guidata dagli americani. A questo proposito, Shahbazi osservò che se l’Iraq avesse vantato un cinema come quello iraniano, non sarebbe stato invaso: i film della Repubblica islamica proiettati in Occidente hanno avvicinato il popolo iraniano allo spettatore occidentale. Di conseguenza, l’iraniano non è più considerato “altro”, “diverso”. Perlomeno per un certo pubblico, colto e appassionato.
Sull’Iran soffiano venti di guerra sempre più forti. Incontrando il premier israeliano Benjamin Netanyahu prima dell’apertura della conferenza a Varsavia sul Medio Oriente in funzione anti-Teheran, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato che «l’Iran è la principale minaccia in Medio Oriente e affrontare la Repubblica islamica è la chiave per arrivare alla pace nell’intera regione». Mentre pronunciava queste parole, l’Iran veniva colpito da un attentato kamikaze: oltre quaranta i pasdaran morti nella provincia sud-orientale del Sistan e Balucistan. A rivendicare l’attentato, più grave rispetto a quello di settembre nel Khuzestan, era…

L’articolo di Farian Sabahi prosegue su Left in edicola dal 22 febbraio 2019


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