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Nemmeno un anno. Meno di nove mesi è durata l’esperienza del governo di sinistra in Spagna. La maggioranza che era riuscita a scalzare Mariano Rajoy la primavera scorsa si è dissolta come neve al sole nel momento chiave dell’approvazione della legge di bilancio. Il no degli indipendentisti catalani, che hanno votato insieme alle destre, ha obbligato Pedro Sánchez a convocare elezioni anticipate per il prossimo 28 aprile. Mantenersi nel Palacio de la Moncloa qualche mese in più sarebbe stata solo una lenta agonia, questa la riflessione del premier socialista. Meglio votare subito e cercare di capitalizzare quello che si è fatto – o si è tentato di fare – in questi mesi al governo, prendendo in contropiede le destre, sempre più radicalizzate dopo l’ingresso in scena di Vox. Si apre così un intenso ciclo elettorale a cui devono sommarsi le elezioni europee e quelle amministrative di fine maggio. All’inizio dell’estate potremmo avere una Spagna radicalmente diversa dal punto di vista politico. Le incognite sono moltissime.
Tutti sapevano bene che non sarebbe stato facile governare in minoranza con solo 84 deputati in un contesto politico estremamente complesso, con la crisi catalana tutt’altro che risolta. Ma la speranza era che l’eterogenea maggioranza, formata dal Psoe, Unidos Podemos, i nazionalisti baschi e gli indipendentisti catalani, riuscisse a mettersi d’accordo, cosciente del fatto che un fallimento avrebbe riportato al potere la destra. Le elezioni regionali di dicembre in Andalusia avevano fatto capire che l’aria stava cambiando: dopo 37 anni i socialisti hanno perso la regione dove si è formato un governo del Partido Popular e Ciudadanos appoggiato dall’estrema destra di Vox.
Sánchez ha giocato il tutto per tutto con…

L’articolo di Steven Forti prosegue su Left in edicola dal 22 febbraio 2019


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