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Due mosse di Corbyn per glissare il no deal e sparigliare le carte in Gran Bretagna. La strategia del leader del Labour per evitare lo spauracchio del no deal si comporrà di due mosse. La prima, sarà il tentativo di costringere la premier Theresa May ad adottare l’approccio laburista alla Brexit, presentando oggi stesso un emendamento alla mozione del governo. Nell’emendamento si chiederà all’esecutivo di adottare una serie di paletti. In sintesi: una ampia e permanente unione doganale con la Ue; uno stretto allineamento al mercato unico, sostenuto da istituzioni e obblighi condivisi; allineamento dinamico della legislazione britannica ai diritti e alle forme di protezione Ue; partecipazione nelle agenzie e nei programmi di finanziamento Ue, compresi i settori dell’ambiente, dell’istruzione e delle regole industriali; accordi in tema di sicurezza, compreso l’accesso al sistema di mandato di arresto europeo e alle banche dati Ue. Corbyn, come anticipato nella serata di ieri dai media britannici, intende anche sostenere un emendamento che escluda la possibilità di un’uscita senza accordo dall’Unione europea. Inoltre, il leader laburista intende blindare la sua strategia «presentando o sostenendo un emendamento a favore di un voto popolare per evitare una Brexit dannosa sostenuta dai conservatori». In un primo momento non era chiaro se questa mossa fosse un’apertura al referendum-bis, per ridiscutere tutto e rivotare sulla Brexit tout court. Per dipanare la confusione su ciò che sarebbe stato proposto in quel referendum, la frontbencher (una sorta di senior del governo ombra) del Labour, Emily Thornberry, ha spiegato che agli elettori sarebbe stata data la possibilità di rimanere nell’Ue o di approvare l’accordo di May. Thornberry ha dichiarato che, nel caso, sia lei che Jeremy Corbyn avrebbero condotto una campagna per il Regno Unito affinché restasse nell’Ue in quelle circostanze. «Quello che chiediamo è un referendum per confermare un accordo di Brexit oppure per procedere a nessun accordo», è stato riferito dopo un briefing del gruppo parlamentare.

La decisione di dare il sostegno del partito a un secondo referendum arriva dopo una spinta concertata del segretario ombra per la Brexit, Keir Starmer, e del vice leader Tom Watson, che temono che qualsiasi ulteriore ritardo potrebbe dare la stura a una serie di ulteriori defezioni verso il nuovo gruppo indipendente frutto della recentissima scissione del Labour (TIG ), i cui membri sostengono tutti un secondo referendum. E’ probabile che Corbyn, di converso, dovrà affrontare una consistente opposizione interna, anche in posti chiave, su posizioni leave di uscita dall’Ue. Lucy Powell, ex ministro ombra per il Labour, ha dichiarato di ritenere che almeno 25 deputati avrebbero votato contro le indicazioni di partito di sostenere un secondo referendum, il che significa che la proposta avrebbe dovuto affrontare una dura lotta per passare ai Comuni senza un significativo sostegno conservatore. John Mann, un sostenitore della Brexit, ha detto a Corbyn che la decisione di sostenere un secondo referendum sarebbe costata al Labour l’egemonia nelle Midlands e al nord: «Il prezzo di ciò ti impedirà di essere il primo ministro», ha detto alla riunione dei parlamentari laburisti. Tra gli scettici anche il parlamentare Stephen Kinnock: «Penso che sarebbe profondamente divisivo. Ha un impatto corrosivo sulla sovranità del parlamento e non mi è ancora chiaro quale dovrebbe essere il quesito elettorale». Una dozzina di ministri ombra potrebbero dimettersi se il Labour dovesse appoggiare un secondo referendum, tra loro la ministra-ombra della giustizia, Gloria de Piero, il collega alle politiche abitative, Mel Onn, e quello all’istruzione Tracy Brabin, nonché i backbenchers come Caroline Flint, Gareth Snell e Lisa Nandy. Un totale di 17 parlamentari laburisti, tra cui otto ministri-ombra, hanno votato contro o si sono astenuti sul precedente emendamento di Cooper per estendere l’articolo 50 il mese scorso. I favorevoli a un secondo referendum sono stati cautamente ottimisti all’annuncio del Labour come Clive Lewis che teme che «il Labour non sarebbe mai stato perdonato per aver facilitato la Brexit dei Tory». L’opzione più probabile del primo ministro è l’impegno a lasciare che i parlamentari votino per rimandare la Brexit entro il 12 marzo. Fonti del partito affermano che il Labour non introdurrà o sosterrà alcun emendamento per un secondo referendum questa settimana, aspetterrà proprio il 12 marzo.

Il rinvio della Brexit – a poco più di un mese dalla data ufficiale di divorzio del 29 marzo e dal rischio di no deal potenzialmente catastrofico, in mancanza di un accordo approvato a Westminster – resta in queste ore il convitato di pietra di un negoziato che consuma le sue ultime cartucce: sia sul fronte dell’estenuante trattativa supplementare Londra-Bruxelles, sia su quello interno del rissoso Parlamento britannico. Estendere l’articolo 50, e prorogare i termini dell’uscita per allontanare lo spettro di una Brexit senz’accordo, sarebbe a questo punto «una soluzione razionale», dice, al di fuori di ogni diplomazia il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, a margine del vertice di Sharm El-Sheik con la Lega Araba a cui presenziano tutti i leader europei, May inclusa. E i 27 sarebbero pronti a manifestare «comprensione», qualora Downing Street si decidesse a chiederla o se non altro a valutarla: come del resto sollecitano non solo molti esponenti dell’opposizione del Regno, Labour in testa, ma anche almeno tre ministri “moderati” della compagine Tory (Amber Rudd, Greg Clarke e David Gaucke) pronti a ventilare l’arma delle dimissioni laddove l’unica alternativa fosse un taglio netto dall’Unione. May, tuttavia, per ora tiene duro, in barba agli emendamenti anti-no deal che l’opposizione laburista intende riproporre ufficialmente ai Comuni contro l’eventuale aut-aut , o la va o la spacca fra la sua linea e un divorzio hard. «E’ alla nostra portata lasciare l’Ue il 29 marzo con un accordo liscio e ordinato», replica dalla tribuna di Sharm, insistendo a dirsi fiduciosa. A suo favore giocano quanto meno le ultime parole del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker (incontratosi di nuovo con lei nella stessa località egiziana sul Mar Rosso) stando alle quali stavolta ci sarebbero stati in effetti «buoni progressi» su un possibile aggiustamento della dichiarazione politica sulle relazioni future e sull’esame di eventuali «disposizioni alternative» o «garanzie supplementari» rispetto al backstop: la clausola vincolante di salvaguardia del confine aperto post-Brexit fra Irlanda e Irlanda del Nord contestata dai falchi della maggioranza di governo britannica. Progressi ancora tutti da consolidare prima dell’undicesima ora indicata da Juncker, quella del consiglio europeo del 21 marzo. Ma che secondo May stanno comunque a dimostrare «la determinazione» di molti leader a fare di tutto per cercare un’intesa. Come conferma il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, spiegando il modo attraverso cui si dovrebbe provare a venire incontro a lady Theresa: «valutando la possibilità di aggiungere una dichiarazione sul backstop irlandese, una dichiarazione suppletiva all’accordo», per arrivare a un deal, un accordo, che «è nell’interesse di tutti». Meno comprensivo sembra viceversa il premier olandese Mark Rutte, che alla Bbc si dice «non ottimista», guardando alle lancette dell’orologio che continuano a correre. La Gran Bretagna a Rutte pare in effetti come «un sonnambulo» che continua a camminare alla cieca senza pensare che il baratro di «una Brexit senz’accordo» possa essere davvero a pochi passi. «Tutto questo è inaccettabile – conclude – e i vostri migliori amici devono avvertirvi: svegliatevi».

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