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Tomaso Montanari non è solo uno dei maggiori esperti della pittura del Seicento oggi in Italia ma è anche un appassionato divulgatore – in incontri pubblici e in tv – capace di fondere impegno civile, lettura attenta della storia, dell’opera d’arte e del contesto in cui è nata.

Lo abbiamo visto anche nella recente serie tv su Rai 5 dedicata alla pittura di Vermeer, dove una raffinata e approfondita lettura delle opere non era disgiunta dall’indagine sulle dinamiche sociali che attraversavano il Seicento olandese.

Il viaggio nei luoghi del pittore (Delft in primis) e della sua formazione (di cui poco sappiamo) nella trasmissione Il silenzio di Vermeer non trascurava mai ciò che in quegli stessi luoghi sarebbe successo molti secoli dopo. Impossibile non ricordare Anne Frank davanti alla sua casa ad Amsterdam.

Un nesso stringente tra arte, città e vicende politiche, fra passato e presente, coraggiosamente ritorna in questo nuova serie di Montanari su Rai 5 diretta da Luca Criscenti e dedicata a un maestro assoluto della pittura spagnola del Seicento come Diego Velàzquez (1599-1660), a cui lo storico dell’arte fiorentino una decina di anni fa ha dedicato una bella monografia, che all’epoca uscì fra gli allegati de Il Sole 24 Ore e che ora torna in libreria nella collana Einaudi con il titolo Velàzquez e il ritratto barocco. Con stile narrativo ed efficace in questo volume Montanari affresca la straordinaria personalità di Velàzquez, artista dalla visione libera, laica e profonda (anche quando divenne pittore di corte), straordinario ritrattista capace di cogliere l’individualità e l’umanità dei soggetti rappresentati, al di là e a prescindere dal rango, dall’abito, dalle circostanze. Se nei ritratti di Filippo IV Diego Velàzquez ci fa scorgere sotto l’armatura un uomo solo, malinconico, imprigionato nel proprio destino, ancor più impressionante, fa notare Montanari, è ciò che l’artista riesce a illuminare sulla tela dell’animo violento di papa Innocenzo X, uomo temutissimo e brutale, nel ritratto avvolto in fiammeggiante rosso che diventerà angoscioso viola nella versione ghignante che nel 1953 ne fece Francis Bacon.

Dicevamo appunto della capacità di Tomaso Montanari di suggerire nessi e letture inedite lungo la diacronia, ma anche di suggerire analogie evitando le scorciatoie dell’attualizzazione.

Sotto questo riguardo il programma televisivo Velàzquez. L’ombra della vita contiene passaggi paradigmatici come quello, incisivo e pungente, che il critico e storico dell’arte dedica alla cacciata dei Mori dalla Spagna.

A ben vedere fu una espulsione in massa, con una violenta campagna ideologica, al grido “prima gli spagnoli”, nonostante la cultura araba già allora innervasse l’identità spagnola. In questo contesto storico ancor più straordinario appare il ritratto che Velàzquez fece a Juan de Pareja, il servo con il quale fece il viaggio in Italia, per anni suo aiuto in bottega, al quale aveva vietato di dipingere.

Proprio a Roma, ricostruisce Montanari, fu ritrovato il documento autografo con cui l’artista spagnolo restituiva a Juan la sua libertà.

Macinando i colori e seguendo il lavoro del grande pittore, Juan de Pareja aveva sviluppato un proprio talento, ma all’epoca in cui Diego Velàzquez lo ritrasse era ancora un suo servo, con l’abito liso da lavoro, ma lo sguardo vivo e penetrante. L’identità e la presenza di Juan come essere umano sono rappresentati in quest’opera, a tutto tondo.

Seduto davanti al quadro al Metropolitan museum di New York, nella seconda puntata tv Montanari invita a confrontare questo ritratto con quello attiguo del cardinale Camillo Astalli-Pamphili (1650): sguardo vacuo, espressione fatua, presenza effimera. Non bastano i ricchi paramenti a coprire la pochezza umana del personaggio che Velàzquez rivela impietosamente, con un colpo da maestro.

L’articolo di Simona Maggiorelli è tratto da Left del 22 febbraio 2019


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