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Da un lato, lo sciopero globale dell’8 marzo è un salutare ritorno al passato. Via i cioccolatini e le mimose, si recuperano le radici più nobili della celebrazione, connesse alle mobilitazioni delle donne operaie di inizio Novecento. Dall’altro, la protesta è un salto verso il futuro, che svecchia, moltiplica nelle forme e rinvigorisce lo strumento dello sciopero, ormai anchilosato dopo anni in cui i sindacati l’hanno costretto in un cassetto, preferendogli contrattazione e concertazione. Proprio in questo doppio movimento risiedono le potenzialità dell’azione, o per meglio dire dell’astensione (dal lavoro, ma anche da ogni attività di cura e di consumo), messa in atto in più di cento Paesi del mondo, nella Giornata internazionale della donna.

Ventiquattro ore in cui il movimento, ormai planetario, Non una di meno intende manifestare non solo contro ogni forma di violenza di genere, ma anche contro le politiche razziste e liberiste che fanno di questa violenza un fenomeno strutturale. In Italia, obbiettivo critico sono: ddl Pillon, legge Salvini sull’immigrazione, ma anche il reddito di cittadinanza – in realtà un «sussidio di disoccupazione a condizioni proibitive» – e le insufficienti politiche di prevenzione dei femminicidi.

Istanze radicali, solo in minima parte presenti nella lista dei desideri del “femminismo liberale”, che ferma lo sguardo sull’ineguale possibilità di fare carriera tra uomini e donne, senza indagare i motivi delle disuguaglianze in profondità. «Non ci interessa rompere il soffitto di cristallo per poi lasciare la maggioranza delle donne a raccogliere i frammenti di vetro. Invece di celebrare le donne amministratrici di azienda che occupano gli uffici della dirigenza, preferiamo sbarazzarci degli uffici e dei consigli di amministrazione».

A ribadirlo sono Cinzia Arruzza, Tithi Bhattacharya e Nancy Fraser, attiviste e docenti universitarie, nel loro Femminismo per il 99% (Laterza 2019, traduzione di Alberto Prunetti). Vero e proprio “manifesto” (come indica il sottotitolo) in 11 tesi, in cui la lotta delle donne viene ricalibrata, per porla all’altezza delle sfide del neoliberismo. Uno spirito del tempo violento e distruttivo, che trova un alibi nel «femminismo delle donne vicine al potere, che si allea con la finanza globale negli Stati Uniti o fornisce una copertura all’islamofobia in Europa; è il femminismo – si legge nell’agile pamphlet – delle guru aziendali che predicano di “farsi avanti”, delle burocrati del femminismo che spingono aggiustamenti strutturali e microcredito nel Sud del mondo, delle politiche di professione in tailleur pantaloni che si fanno pagare una parcella a sei zeri per un discorso a Wall Street».

«I limiti di questo femminismo, che…

L’intervista di Leonardo Filippi a Cinzia Arruzza prosegue su Left in edicola da venerdì 8 marzo 2019


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