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Esprimiamo tutto il nostro profondo, arrabbiato, dissenso diffondendo sui social, via email e via telefono quello che le donne non avrebbero mai voluto sentire. Ad Ancona, tre giudici donna hanno assolto uno stupratore considerando impossibile che avesse compiuto l’atto criminoso perché la vittima “sembrava un maschio”. Ovvero era brutta e quindi inappetibile! Nel mondo artificiale ed artificioso creato da un irresponsabile battage pubblicitario, solo le bellezze gonfiate, siliconate, betulinizzate potranno, d’ora in poi, considerarsi vittime accreditate da eventuali denunce contro eventuali stupratori perché “bellezza fa giustizia”. Questo, in pratica, è il nuovo dogma approvato con tanto di sentenza assolutoria di due individui da parte di ben tre giudici donna della Corte di Appello di Ancona che hanno ribaltato la sentenza di primo grado che condannava due giovanotti rispettivamente a 5 e 3 anni per essere stati, il primo, il violentatore, ed il secondo, il palo, che ha protetto l’amico violentatore. E se “bellezza fa giustizia”, “non essere bella non fa giustizia”. Perché la vittima è una ragazza di 22 anni di origine peruviana che ha raccontato di essere stata stuprata da due suoi compagni della scuola serale. Ma la ricostruzione della ragazza non è stata considerata credibile dalle tre magistrate nonostante che gli stessi medici dell’ospedale a cui si era subito rivolta nel marzo 2015 avessero riscontrato lesioni compatibili con la violenza sessuale. Ebbene, in un clima generale di odio contro le donne ed i soggetti più deboli, di razzismo non più latente ma sfacciatamente palese grazie alle cosiddette politiche antimigranti, l’umiliante e disintegrante violenza subita da una giovane ragazza peruviana non ha prodotto quella indignazione, quella coscienza giuridica scevra da contaminazioni di sorta ma immacolatamente “super partes” nelle menti e nei cuori di tre donne che hanno scritto questa sentenza che fa orrore ai sostenitori e difensori dei diritti umani costituzionalmente garantiti. Perché, come riporta Repubblica, nelle motivazioni della sentenza si legge testualmente: “In definitiva, non è possibile escludere che sia stata proprio Nina a organizzare la nottata “goliardica”, trovando una scusa con la madre, bevendo al pari degli altri per poi iniziare a provocare Melendez (al quale la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo “Nina Vikingo”, con allusione a una personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare) inducendo ad avere rapporti sessuali per una sorta di sfida”. Quindi, per le tre donne magistrate, è stato l’aspetto mascolino della ragazza ad avere agito da deterrente per uno stupro che loro hanno ritenuto mai verificatosi. Ancora una volta la voce di denuncia delle donne vittime di stupro viene esaminata con il bisturi della diffidenza a priori ma questa volta tale diffidenza è aggravata da un preconcetto di tipo maschilista che alberga, con nostro stupore, anzi, con nostro orrore, addirittura nelle menti di tre donne adulte e per di più detentrici di poteri di giudizio istituzionale che possono incidere pesantemente sulle vite delle persone. Rimane un’unica speranza di fronte a questo svilimento, per non dire “imbarbarimento” dell’autorità giudiziaria. Per fortuna la Cassazione ha annullato la sentenza. Il Tribunale dovrà esprimersi nuovamente.Aspettiamo. L’indignazione e l’attenzione delle donne resta viva più che mai.

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