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Sarà il salario minimo il prossimo tormentone della propaganda del governo. Anzi di Luigi Di Maio, ansioso di rubare i riflettori al collega Matteo Salvini che, al contrario, sta portando a casa quasi tutto facendo (e lo farà anche con la riforma fiscale) compreso il pieno di voti nelle elezioni che si sono svolte dopo le politiche del 2018 e prima delle europee del 26 maggio. Il vicepremier e ministro del Lavoro e dello sviluppo economico ha convocato i sindacati al tavolo tecnico sul salario minimo per il 20 marzo prossimo alle 15. «È una misura bandiera, un guanto di sfida che M5s e governo lanciano al sindacalismo confederale dopo quella del reddito di cittadinanza e quota 100», spiega a Left Salvo Leonardi che, per la Fondazione Di Vittorio, si occupa di relazioni industriali. Dopo le controverse misure, ben lontane dall’essere a regime, ecco dunque «una sfida insidiosa – continua Leonardi – anche per la capacità tecnica che rivela il testo, scritto, probabilmente, da una mano di provenienza sindacale, dotata di una solida cultura confederale. Il ddl ha il merito di porre alla discussione un problema reale, il tema dei salari, però le proposte concrete non convincono i sindacati confederali e buona parte dell’associazionismo datoriale».
Dov’è l’inghippo? «All’articolo 2 – risponde Leonardi – dove si indica che il salario minimo legale non potrà essere inferiore a 9 euro l’ora, una soglia come quella della Germania». Sono tanti? Sono pochi? Sarà su quell’articolo che dovrebbe concentrarsi il negoziato che partirà il 20 marzo. «L’insidia è che non ci si limita a dire che si applicherà il Ccnl siglato dalle organizzazioni più rappresentative, ma si specifica che “comunque non potrà essere inferiore a 9 euro al lordo dei contributi”».
Considerando i minimi tabellari, moltissimi lavoratori sono al di sotto di questa soglia, nella ristorazione, nell’agricoltura, nelle cooperative, i portieri. Ma altri lavoratori invece rischiano perché questi 9 euro possono essere meno del loro trattamento ecomico comprensivo di una serie di istituti come la rateizzazione della 13ma, del Tfr, della 14ma quando c’è, formazione, indennità di malattia, livelli di inquadramento, maggiorazioni per prestazioni orarie o di altro tipo, ferie, indennità, e altre voci e premi retributivi più tutta una serie di garanzie normative conquistate negli anni: tutele per malattia, maternità e infortuni superiori a quelle previste dalla legge; welfare previdenziale e sanitario. La retribuzione oraria di un lavoratore coperto da Ccnl è ben superiore al semplice minimo tabellare. «Il rischio è che si apra una voragine, che i datori potrebbero non avere più interesse ad applicare i loro Ccnl perché comunque applicheranno i 9 euro e già sarebbe un risparmio e riservare gli aumenti eventuali alla loro discrezionalità», dice Leonardi.

Ennesimo capolavoro grillo-leghista
Sul tavolo, portati in Parlamento dai vari enti, sono arrivati molti dati. Per l’Inps il 22% dei dipendenti privati è sotto il limite di 9 euro lordi (senza considerare quelli domestici che hanno retribuzioni medie ancora più basse) e quindi potrebbe avere con le nuove norme un aumento di salario. Aumento che l’Istat calcola in media di 1.073 euro l’anno per circa 2,9 milioni di lavoratori con un costo per il sistema delle imprese di 3,2 miliardi. Il cammino nel disegno di legge, anche dopo le aperture di Di Maio al confronto, appare in salita. E non solo per i dubbi delle parti sociali. Il salario orario fissato a nove euro lordi, dice anche l’economista dell’Ocse Andrea Garnero – porterebbe le retribuzioni italiane al livello delle minime più elevate nell’area Ocse con il sostanziale adeguamento alla Germania e addirittura al top dei Paesi più industrializzati guardando in contemporanea al potere d’acquisto degli stipendi. Sembra addirittura lunare poi il livello per il salario minimo orario a 9 euro netti (sarebbero oltre 13 lordi) fissato sul secondo disegno di legge sostenuto dal Pd perché di fatto supererebbe, secondo statistiche prodotte dall’Inapp, quello di oltre la metà dei lavoratori dipendenti con un aggravio di costo per le imprese di oltre 34 miliardi. I rischi di un salario minimo troppo alto sarebbero quelli di una riduzione dell’occupazione o di una riduzione delle ore lavorate (con l’imposizione di part time involontari), ma sono possibili anche effetti sulla qualità del lavoro con un cambiamento dell’intensità del lavoro stesso a fronte di un costo più alto per l’azienda. L’aumento, secondo l’Ocse, dovrebbe andare al lavoratore evitando aumenti del peso contributivo. Se il 22% dei lavoratori dipendenti privati che lavorano a tempo pieno ha una retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi, il 40% ha comunque una retribuzione oraria inferiore a 10 euro. Ad avere retribuzioni basse sono soprattutto le donne (il 26% del totale conta su meno di 9 euro lordi l’ora a fronte del 21% degli uomini) e gli under 35 (il 38% ha retribuzioni inferiori a 9 euro l’ora a fronte di appena il 16% degli over 35). Il settore con i salari dei dipendenti più bassi è l’artigianato (il 52% è sotto la soglia) seguito dal terziario (il 34% dei lavoratori conta su un salario inferiore a quello del disegno di legge in esame) mentre nell’industria solo un dipendente su 10 ha un salario inferiore a quello minimo proposto e si vedrebbe quindi aumentare la busta paga. «Resta la grande questione della Gig economy – avverte Leonardi – per la quale serve una legge che ne riconosca il carattere di lavoro dipendente».
«Una norma di legge che si proponga di fissare un salario minimo orario legale per tutti i lavoratori dipendenti deve innanzitutto stabilire il valore legale dei trattamenti economici complessivi previsti dai Contratti collettivi nazionali di lavoro», si legge anche nella memoria consegnata ai parlamentari in occasione dell’audizione in Commissione lavoro a Palazzo Madama. Questo perché «potrebbe favorire una fuoriuscita dall’applicazione dei contratti, rivelandosi così uno strumento per abbassare salari e tutele dei lavoratori. Un rischio che si fa maggiormente concreto stante la diffusa struttura di piccole e medie imprese presenti nel tessuto economico italiano». Insomma: un numero elevato di aziende potrebbe cogliere la palla al balzo per disapplicare il contratto di riferimento e adottare il salario minimo, rimanendo in questo modo perfettamente nella legalità. Sarebbe, insomma, «un fortissimo disincentivo al rinnovo di alcuni contratti nazionali relativi a settori ad alta intensità lavorativa, a basso valore aggiunto e a forte compressione dei costi». «La strada migliore è dare validità erga omnes ai contratti nazionali» dando loro «valore di legge, così da farli valere per tutti quelli che lavorano», ha detto il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. «Erga omnes sia per la parte retributiva che per quella normativa», insiste Leonardi. «Il salario minimo – prova a rassicurare Di Maio – non vuole superare la contrattazione sindacale».
Proseguiamo a discuterne con Leonardi: «Il testo realizza una sorta di erga omnes (che ha efficacia per tutti, ndr) come Cgil, Cisl e Uil chiedono da tempo». Da quando un documento congiunto chiede che si giungesse al recepimento dell’articolo 39 della Costituzione («L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge. E’ condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce»).
Dunque, la nuova legge conferirà validità di legge ai contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl) secondo un sistema di certificazione, «una ponderazione», la definisce Leonardi, della rappresentatività dei sindacati firmatari, incrociando il numero degli iscritti e i voti alle elezioni per le Rsu. «La prassi giurisprudenziale di questi decenni ha interpretato i principi dell’articolo 36, sul «diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa», ricavandoli dall’applicazione dei minimi tabellari della categoria. Questo, invece è un testo che fa esplicito riferimento ai sindacati più rappresentativi e al testo unico firmato da Confindustria e confederali, così si aggirerebbe il proliferare incontrollato di “contratti pirata”». Se almeno il 15% della popolazione lavorativa non ha alcun contratto (lavoro nero o forme di sottoccupazione come le false cooperative e le false partite Iva che “flat tax” farà lievitare), su 800 contratti nazionali depositati al Cnel, solo 250 sono siglati dai confederali, gli altri, molto spesso sono frutto di accordi tra il padronato e sigle di comodo, sindacati “gialli” che, in questo modo, consentono ai datori di lavoro di risparmiare un quinto dei costi. «Una forma di dumping salariale su contratti già non generosissmi in tempi di crisi», aggiunge Leonardi aggiungendo il tema del lavoro povero: «Piuttosto che imputarlo ai minimi contrattuali, il nostro problema sono i salari medi, non indicizzati dal ’93 (da quando anche con l’avallo della Cgil fu cancellata la scala mobile, ndr), con incrementi salariali, quando non c’è contrattazione aziendale (che riguarda solo il 35% dei lavoratori) che non garantiscono il potere d’acquisto, e i part time involontari e con pochissime ore oltre alle forme giuridiche del finto lavoro autonomo. Questi sono gli elementi che vanno aggrediti ad esempio con la contrattazione inclusiva (pezzo forte della strategia di Corso Italia assieme al Piano del Lavoro e alla Carta dei diritti, ndr)». In sostanza, quando si siedono al tavolo le parti dovrebbero farsi carico delle figure «più deboli, più flessibili, per concrete tutele economiche normative e sindacali e, a parità di livello, un’ora di lavoro precario deve costare di più un’ora di lavoro garantito. In Germania, quattro anni dopo l’introduzione del salario minimo garantito, si calcola che un milione e 700mila lavoratori ancora non se lo vedono applicare. Figuriamoci qui rispetto al numero ridicolo di ispettori (4 mila a fronte di un milione 800mila aziende private, ciascun ispettore dovrebbe controllare mediamente 456 aziende l’anno, ndr), in un Paese che non riesce a evitare il lavoro degli schiavi. Il settore dei controlli è cruciale. È una scorciatoia pensare che solo con una legge abbiamo abolito la povertà».

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