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Il Senato ha salvato Salvini. Anzi l’ha salvato il voto decisivo del Movimento 5 stelle in una giornata particolarmente infausta (visto anche l’arresto del capogruppo romano Marcello De Vito, accusato di tangenti per facilitare il megastadio della Roma) per chi col mantra “Onestà/Onestà!” ha costruito una credibilità tale da diventare il partito di maggioranza relativo. Erano da poco passate le 13 quando Gasparri ha annunciato che i No all’autorizzazione a procedere per Salvini (accusato di sequestro di persona aggravato) erano già 232 con sei ore di anticipo rispetto al regolamento del voto assembleare che prevede che i seggi rimangano aperti fino alle 19 (era necessaria la maggioranza assoluta, pari a 161 per acconsentire alla non autorizzazione a procedere proposta dalla Giunta). In dichiarazione di voto Fi e Fdi hanno annunciato la loro contrarietà a procedere nei confronti del ministro dell’Interno. Il calcolo delle posizioni espresse in base a quanto dichiarato dai gruppi indica pertanto in 242 la somma dei voti contrari all’autorizzazione. Dai banchi della maggioranza le senatrici M5S Paola Nugnes ed Elena Fattori si sono tuttavia espresse in dissenso con il proprio gruppo e si sono quindi dichiarate favorevoli al processo nei confronti di Salvini. Ma a loro potrebbe aggiungersi anche quello di Virginia La Mura che, negli ultimi mesi, ha spesso condiviso, in tema di migranti, le posizioni delle due colleghe dissidenti. Prima di votare, un suo post su fb mostrava un’immagine, priva di didascalie, di due mani, una di colore e l’altra bianca, che si intrecciano. «Sarò deferita ai probiviri, come giustamente vuole il codice di comportamento Cinque stelle. Ma io questo processo lo affronterò con la testa alta e la schiena dritta», ha dichiarato Elena Fattori intervenendo in dissenso dal suo gruppo e sottolineando «a differenza del ministro Salvini affronterò un processo per questa mia scelta consapevole e coerente». Poi aggiunge «Avrei ben preferito affrontare un processo vero piuttosto che correre il pericolo di vedermi allontanata dalla magnifica comunità Cinque stelle. Mi consola che le persone come me le cinque stelle le hanno tatuate sul cuore». «Il voto al Senato sul caso-Diciotti ha confermato due cose: il Movimento 5 stelle è sempre più piegato ai voleri del loro vero capo, Matteo Salvini, e il ministro dell’Interno agisce con disprezzo verso i più basilari principi umani, oltre che normativi. Le politiche di questo governo, al contrario di quanto sostiene Salvini, sono disumane: rischiano di aumentare i morti in mare, perché le Ong vengono criminalizzate, e fanno aumentare le torture nei campi libici», hanno detto Giuseppe Civati e Andrea Maestri di Possibile, commentando il voto a Palazzo Madama per cui è stato già raggiunto il quorum necessario a respingere l’autorizzazione a procedere chiesta verso Salvini. «I 5Stelle oggi voteranno l’immunità a Salvini e questo fa capire definitivamente come la pensano sulla casta, sulla politica e sul salvare solo la poltrona – ha spiegato anche il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris – se votassero per il sì a procedere significherebbe probabilmente la crisi del contratto di governo che invece è cementato proprio sulla voglia di casta e di potere». Intanto è stata «congelata» per ragioni di opportunità, in considerazione del voto di oggi, la pratica del Csm sui giudici del tribunale dei ministri di Catania. Non se ne discuterà nemmeno domani, ma tra una decina di giorni, perchè la prossima settimana è «bianca», cioè non ci sono nè riunioni del plenum nè delle Commissioni. Il caso potrebbe finire all’ordine del giorno della riunione del primo aprile della Prima Commissione, che dovrà anche valutare se discuterlo assieme ad altre vicende analoghe, come le esternazioni di Matteo Renzi sui giudici di Firenze che indagano sui suoi genitori. Secondo la maggioranza dei consiglieri togati (dall’iniziativa si dissociò solo il gruppo di Magistratura Indipendente), i giudici di Salvini sono stati oggetto di una «violenta campagna di delegittimazione» partita dopo che il ministro dell’Interno, durante una diretta Facebook, aprì e commentò il provvedimento che gli era stato appena notificato, «facendo ripetutamente i nomi dei componenti del collegio»: sul profilo del vicepremier vennero postati una serie di commenti dal contenuto non solo «offensivo e denigratorio» nei confronti dei componenti del collegio ma anche «espressamente minaccioso». «Ancora più grave», secondo i consiglieri, la successiva «violenta campagna denigratoria» sui giornali con ricostruzioni tali da indurre i lettori a credere che la decisione assunta dal tribunale dei ministri fosse stata adottata «non per ragioni giuridiche ma squisitamente politiche legate all’asserita connotazione ideologica» dei giudici, senza fare «alcun cenno alle argomentazioni giuridiche poste alla base del provvedimento».

Di cosa parliamo quando parliamo della Diciotti
Il caso Diciotti è scoppiato alla vigilia di Ferragosto quando la capitaneria di porto italiana fu informata che un barcone con decine di persone a bordo era sfuggito alla Guardia costiera libica ed era arrivato nella zona maltese Sar, l’area di mare in cui gli Stati costieri si impegnano a mantenere attivo un servizio di ricerca e salvataggio.
Il giorno dopo, i migranti a bordo contattarono la capitaneria italiana chiedendo aiuto. L’Italia rimpallò ai colleghi maltesi che si rifiutarono di intervenire. Secondo la ricostruzione del tribunale dei ministri, alle 3.07 del 16 agosto, dopo una ulteriore richiesta di aiuto dei migranti a bordo, la capitaneria di porto italiana decise di intervenire, per rispetto delle numerose leggi nazionali e internazionali che impongono di soccorrere chiunque si trovi in difficoltà in mare (anche al di fuori della propria zona Sar, secondo la cosiddetta convenzione di Amburgo del 1979).
Le operazioni di soccorso avvennero a poche miglia da Lampedusa alle 4 del mattino con due motovedette della Guardia costiera che li trasferirono sulla nave militare italiana Diciotti. L’Italia accusò Malta di non aver voluto intervenire per non assumersi le responsabilità successive, cioè lo sbarco di migranti sul proprio territorio, mentre Malta sostenne che l’Italia avesse soccorso il barcone in acque Sar maltesi per costringere Malta a occuparsene.
Il 20 agosto la capitaneria italiana ordinò alla Diciotti – che nel frattempo aveva sbarcato 13 migranti in condizioni gravi a Lampedusa – di dirigersi verso la Sicilia, per lo sbarco definitivo delle 177 persone a bordo. E iniziò lo stallo al centro del caso. La Diciotti arrivò nel porto di Catania alle 23.49 del 20 agosto, ma la capitaneria di porto ordinò al comandante della nave di «non calare la passerella e lo scalandrone». L’ordine era arrivato direttamente dal Viminale sebbene le condizioni delle persone sulla nave fossero molto precarie. Chi salì a bordo raccontò di persone ridotte a “scheletrini”, di situazioni molto gravi dal punto di vista psicologico nel quadro di una sostanziale inadeguatezza della nave Diciotti. Il Tribunale dei minori di Catania ordinò di sbarcare i minorenni, il resto delle persone rimase a bordo fino alle prime ore del 26 agosto.
Allo Stato che interviene spetta anche individuare un place of safety, cioè un porto sicuro dove siano rispettati sia i bisogni fondamentali sia i diritti umani. Secondo la legge italiana, individuare il porto sicuro spetta al ministero dell’Interno. Per questo a Salvini sarebbe stato contestato il sequestro di persona secondo i giudici del tribunale dei ministri di Catania perché avrebbe posto «arbitrariamente il proprio veto all’indicazione del place of safety (…) così determinando la forzosa permanenza dei migranti a bordo dell’unità navale U. Diciotti, con conseguente illegittima privazione della loro libertà personale». Con due aggravanti: il fatto che sia stato compiuto da un pubblico ufficiale, e che abbia danneggiato anche dei minorenni. Se ci fosse stato un processo Salvini avrebbe rischiato fino a 12 anni di carcere.
A fine agosto, Salvini disse: «Niente immunità. Se il tribunale dirà che devo essere processato, andrò davanti ai magistrati a spiegare che non sono un sequestratore. Voglio proprio vedere come va a finire». Poi ha cambiato idea, e ha chiesto apertamente al Senato di respingere l’autorizzazione a procedere chiesta dal tribunale dei ministri di Catania invocando l’articolo 7 del codice del processo amministrativo: «Non sono impugnabili gli atti o provvedimenti emanati dal governo nell’esercizio del potere politico». Salvini scrisse sul Corsera che «il contrasto all’immigrazione clandestina corrisponde a un preminente interesse pubblico» ma lo sbarco immediato non avrebbe comportato alcun pericolo per la sicurezza nazionale e Salvini non avrebbe potuto spuntarla in tribunale. «In secondo luogo, ma non per questo meno importante, ci sono precise considerazioni politiche. Il governo italiano, quindi non Matteo Salvini personalmente, ha agito al fine di verificare la possibilità di un’equa ripartizione tra i Paesi dell’Ue degli immigrati a bordo della nave Diciotti», scrisse sempre Salvini ammettendo, di fatto, di aver preso 177 ostaggi per negoziare con l’Unione Europea spalleggiato su questo da Conte, Di Maio e gli altri ministri. Tutti a rivendicare l’«atto politico».
Carmelo Zuccaro, il procuratore capo di Catania, quello che ha cercato spesso e inutilmente di dimostrare un legame tra ong e trafficanti e che disse che l’esistenza di questi legami gli risultava «da internet» per due volte ha chiesto l’archiviazione del caso ma il tribunale dei ministri di Catania non gli è andato appresso sull’ipotesi che che la decisione di Salvini sulla Diciotti «costituisce esercizio di un potere politico o quantomeno di alta amministrazione a lui attribuito dall’ordinamento». Salvini avrebbe deciso di «rinviare l’assegnazione del place of safety all’esito della riunione della Commissione Europea del 24 agosto», cosa che a Zuccaro «appare esercizio di una scelta politica». Secondo chi ne chiedeva il rinvio a giudizio gli atti politici non ledono un gruppo di persone specifiche come pure la Suprema corte «in diverse circostanze ha avuto modo di evidenziare che la discrezionalità nella gestione dei fenomeni migratori incontra chiari limiti (…) nella ragionevolezza, nelle norme di trattati internazionali che vincolano gli Stati contraenti, e soprattutto, nel diritto inviolabile della libertà personale». Tradotto vuol dire che gli atti politici in materia di immigrazione non possono esimere dal rispetto dei diritti individuali.
Il 21 febbraio, intanto, un ricorso d’urgenza – per chiedere il risarcimento dei danni per privazione della libertà personale – è stato presentato al tribunale civile di Roma, per difendere le ragioni di 41 immigrati (compreso il figlio minore di una coppia) che si trovavano a bordo della Diciotti. Di questi, 16 risultano nati il primo gennaio. Gli stranieri si erano poi rifugiati da Baobab Experience. I ricorrenti chiedono al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al ministro dell’Interno Matteo Salvini, una cifra a titolo di risarcimento che oscilla tra i 42 mila e i 71 mila euro.

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