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Il premio David di Donatello come miglior film (più altri 8 riconoscimenti) è andato aDogman diretto da Matteo Garrone. Pubblichiamo qui la recensione di Daniela Ceselli dopo la Palma d’oro a Cannes per Marcello Fonte, il protagonista.

Il film di Matteo Garrone Dogman – Palma d’oro per la migliore interpretazione maschile a Marcello Fonte che ne è lo straordinario protagonista – è un film potente. Certo, non è un pranzo di gala, come diceva Mao a proposito della rivoluzione, e nemmeno una camminata nella natura per disfarsi del cuore atrofizzato, come suggeriva Thoreau, semmai un viaggio al termine della notte. Doloroso, terribile, cupo nei toni, desolato nelle geometrie spaziali, livido nella partitura coloristica, così efficace e satura di disperazione. Garrone, anche grazie agli sceneggiatori Gaudioso e Chiti ed alla fotografia di Nicolai Brüel, produce nello spettatore – sin dal primo istante allertato da un pitbull ringhiante e feroce come Cerbero latrans – un’esperienza fisica di contatto con l’oppressione, la minaccia e la sensazione incombente di una irreversibilità in atto, e lo fa attraverso un racconto serrato, che brucia i confini dell’iperrealismo e va oltre una vicenda tipica del genere western, per farsi documento antropologico e rappresentazione della follia. Il film trae spunto da un fatto di cronaca nera degli anni Ottanta, ma vira subito altrove, lavorando sui rapporti di forza (tema caro all’autore); la complicità con la violenza; le sorti di un microcosmo che non reagisce all’ingiustizia, perché ha smesso di credere ad ogni forma di giustizia. Un tolettatore per cani di talento, mingherlino e mansueto, amante del lavoro e degli animali, è amico di un pugile cocainomane, Simoncino (Edoardo Pesce), che, confidando nella sua mole, terrorizza il quartiere. Solido il legame con la figlia, con cui condivide le immersioni in acqua, e con i vicini, con cui trascorre il tempo e gioca a calcetto, non manca di spacciare, per arrotondare i proventi del negozio e permettersi una vacanza. La brutalità ingestibile, pazza e pericolosa, di Simoncino affascina e respinge il piccolo uomo, che lo teme, ma, al tempo stesso, lo protegge e aiuta, finché non ne rimane irrimediabilmente invischiato. Perde tutto ciò che ha costruito – immagine pubblica inclusa – e, quando si rende conto di essere solo, non più benvoluto, tradito dal cinismo altrui, decide di riscattarsi. Ma non è la vendetta il tema, semmai il tragico sprofondamento da una follia a due all’allucinazione visiva e uditiva (con uno sguardo al finale di Blow-up), calata dentro un orizzonte desolato (il Villaggio Coppola presso Castel Volturno), dove il mors tua, vita mea diventa mors tua, mors mea e l’ultimo spiraglio di bellezza resta sul fondo del mare.

L’articolo è tratto dal numero di Left del 25 maggio 2018


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