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Dal palco allestito lo scorso 16 marzo nella città turca nordoccidentale di Tekirdag, il presidente turco Erdogan si è rivolto ai suoi sostenitori indicando il maxischermo posto nelle sue vicinanze: «Guardiamo il filmato – dice – È importante». Le immagini incominciano a scorrere: sono quelle del massacro terrorista compiuto dal suprematista bianco australiano 28enne Brenton Tarrant il giorno precedente nella città neozelandese di Christchurch. Il video poi prosegue riproponendo alcuni stralci attentamente selezionati di un discorso del repubblicano Kemal Kilicdaroglu. Nel filmato il leader kemalista afferma: «Certamente dobbiamo riconoscere come le persone si stiano massacrando l’un l’altro in nome dell’Islam. Il terrorismo che si origina nel mondo musulmano…». A questo punto Erdogan blocca le immagini e interviene: «Che uomo insolente!» per poi ripetere con sarcasmo: «Il terrorismo che si origina nel mondo musulmano». Il filmato continua con Kilicdaroglu che afferma che «il mondo musulmano pure dovrebbe fermarsi e riflettere». Nuova interruzione del presidente: «Signor Kemal, lei non ha né l’autorità, né la competenza per affermare che il mondo musulmano è la fonte di terrorismo. Dobbiamo capire che grave peccato sarebbe votare quest’uomo che ritiene tale la umma (la comunità islamica, ndr)».
Nella Turchia polarizzata di Erdogan, questa scena di campagna elettorale restituisce perfettamente il clima tesissimo nel quale il Paese andrà a votare il 31 marzo per le municipali. Ogni parola e accostamento di immagini sono studiati con precisione dal presidente. L’obiettivo è chiaro: dividere il Paese in una parte “buona” – quella rappresentata da lui, il paladino dell’Islam minacciato dai «crociati» occidentali -; e una “cattiva”, quella dei suoi oppositori e dissidenti, nemici tout court della nazione. Andare alle urne non è espressione di un atto democratico, ma…

L’articolo di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola dal 29 marzo 2019


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