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Il furgone bianco parte all’alba, mentre la luce fioca dei lampioni illumina debolmente gli isolati deserti dei quartieri, illumina le case e le campagne. Rocco Borgese, segretario generale della Flai Cgil di Gioia Tauro, baffi e pizzo curati, gli occhi svegli, guida ad andatura lenta, e mi parla appassionato di uno che aveva il suo stesso nome di battesimo, Rocco Pizzarulli, il Di Vittorio della zona, caporale del Duca Sforza che poi abbracciò la causa dei cafoni e aprì la Camera del lavoro a Polistena; dietro ci sono Dumbia Mohamed, ivoriano, e Jacob Atta Kwabena, ghanese, sindacalisti di strada, assonnati e taciturni.

Tre volte la settimana, viaggiano insieme sul territorio della Piana per parlare con i lavoratori che raccolgono arance e mandarini nelle campagne, due terzi senza regolare contratto, cinquanta centesimi a cassa le prime, un euro, i secondi, una paga da fame che può arrivare a venticinque euro il giorno, lavorando dall’alba al tramonto. Distribuiscono guanti, calze, chiedendo loro se hanno bisogno di assistenza. Gli altri giorni li passano alla Camera del lavoro, ad assistere africani come loro richiedenti asilo, disoccupati, bisognosi di aiuti economici. Quando arriva il momento del raccolto questi braccianti nomadi tornano qui.

Sono cinquemila persone venute in Italia dal Ghana, Mali, Togo, Costa d’Avorio, Burkina Faso, arrivate dalla Nigeria, dal Senegal, Niger, gli stessi che abitavano nella baraccopoli di San Ferdinando, sgomberata due…

Il reportage di Angelo Ferracuti prosegue su Left in edicola dal 29 marzo 2019


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