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Grazie ad una ragazza svedese di sedici anni la questione climatica entra di prepotenza nel dibattito pubblico italiano. Lo fa con un taglio profondamente generazionale, e questo è un bene in un Paese dalle classi dirigenti anziane o precocemente invecchiate.
Lo fa sull’onda di una mobilitazione che investe milioni di persone, che trovano lo spazio per esprimere pubblicamente la preoccupazione per il proprio futuro, di cui il surriscaldamento globale è insieme metafora e ipoteca. Lo fa recuperando simbolicamente la parola chiave del movimento operaio, sciopero, che diventa il ponte capace di unire simbolicamente la rivendicazione di giustizia sociale e ambientale. D’altra parte oggi più che mai è evidente quanto le due questioni siano strettamente intrecciate e si alimentino a vicenda, soprattutto per chi vive al pianterreno del condominio della disuguaglianza.
Lo evidenzia un recente studio sulla città di Torino. Muovendosi lungo la linea del tram che viaggia dalla periferia verso il centro, la speranza di vita aumenta di chilometro in chilometro, come causa diretta della minore esposizione a fattori inquinanti. Per chi vive o ha vissuto del proprio lavoro, è normale aver respirato aria più inquinata, bevuto acqua più contaminata, mangiato cibo meno salubre. Dipende dallo stato di sicurezza delle fabbriche, dipende dalla maggior concentrazione di polveri sottili e veleni nei quartieri abitati dalla parte più povera della popolazione.
Lo stesso ci dicono studi effettuati su scala globale. Morte e malattie da inquinamento non colpiscono tutti alla stessa maniera, ma esiste una correlazione diretta fra ricchezza e salute. Siamo tutti sulla stessa barca, ma come sempre c’è una profonda differenza fra chi viaggia in prima e pensa di avere a disposizione una scialuppa di salvataggio, e chi invece è ammassato e rinchiuso in terza classe. Non sono l’ignoranza o l’assenza di consapevolezza a mettere a rischio la sopravvivenza del pianeta che abbiamo ricevuto in affido temporaneo. Sono invece le scelte dei potenti del mondo, allineate alle esigenze di quel sistema fondato esclusivamente sul profitto che chiamiamo capitalismo. Un sistema che avremmo già dovuto consegnare all’archeologia, perché incompatibile con il benessere nostro e di tutte le specie viventi, e che ci ostiniamo invece a considerare l’unico possibile.
La cura per l’ambiente e le persone ha bisogno di uno sguardo lungo, di lentezza, di senso del limite e della diversità. La globalizzazione neoliberista necessita invece accumulazione, resa istantanea, standardizzazione e un ciclo continuo di distruzione ed espansione artificiale. Non ha interesse per ciò che sarà fra dieci anni e si fonda sulla certezza di poter ricavare utili anche dalla catastrofe. Utilizza la competizione come strumento ideologico e organizzativo, alimentando così la generazione di esternalità e scarti da confinare in discariche sociali o ambientali. Determina la concentrazione in pochissime mani di enormi ricchezze, sufficienti a finanziare le campagne elettorali dell’establishment conservatore, sia esso smaccatamente schierato dalla parte degli inquinatori come Trump, Bolsonaro o Salvini, o sia limitato ad un pallido green washing come quello dei tanti democratici moderati. Loro hanno capito benissimo la portata rivoluzionaria di un movimento che rimetta al centro la reale sostenibilità del nostro stile di vita e quindi arrivi al fondo della necessità di cambiare i rapporti di produzione. Per questo negano, zittiscono, denigrano e lanciano vere e proprie campagne di odio contro una studentessa che ha solo puntato il dito contro la nudità del re, ottenendo l’attenzione dei suoi coetanei.
Per questo noi dobbiamo tenere il punto e stare in campo: dopo anni di cloroformio, la battaglia per la giustizia sociale e ambientale è appena cominciata.

Giovanni Paglia è stato deputato della XVII legislatura ed è esponente di Sinistra italiana

L’articolo è tratto dal numero di Left del 22 marzo


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