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Signore e signori ecco “il porto sicuro”. Ecco la Libia con cui prima Minniti e poi ancora più forte Salvini hanno stretto rapporti dicendoci che sarebbero stati fondamentali nella gestione dei flussi. Un buongiorno anche a quelli che per mesi ci hanno risposto: «Ma come? ma la Libia è un posto sicuro!» e ce lo ripetevano così convinti che veniva voglia di mandarli in vacanza in Libia.

E invece. Invece la battaglia di Tripoli è arrivata ormai nel centro della città e anche se la comunità internazionale (ah, la convincente e autorevole comunità internazionale) chiede al generale Haftar di lasciar perdere, quello intanto si dice pronto a «liberare Tripoli dai terroristi» che nella sua testa non sarebbero altro che il premier Fayez al Serraj. Tutta gente che non poco tempo fa il premier Conte aveva incontrato tranquillizzandoci. Intanto, sulla costa, continuano ad andare indietro marchiate come “Guardia costiera libica” le motovedette che gli abbiamo regalato e che confondono poliziotti e carcerieri di uno Stato che è sempre stato allo sbando, è sempre stato in guerra, e molti facevano finta di non saperlo, e di non sentirlo nemmeno.

Ma poi cosa volete che gli interessi a questi, di quei quattro straccioni di migranti. Ciò che interessa davvero sono gli impianti petroliferi della Noc, National oil corporation (di cui l’italianissima Eni è felice partner) e i giacimenti che rientreranno in mano all’una o all’altra parte. L’Eni ci rassicura che la situazione è tranquilla: per questo ha fatto rientrare tutti gli italiani, evidentemente.

Eccolo “il porto sicuro”, il “partner affidabile”, che invece è solo una mangiatoia europea che chiamiamo “casa loro” e che aiutiamo al massimo dandogli il potere di aprire o chiudere i rubinetti dei poveri disperati che da lì sono costretti a passare per scappare.

Vergognatevi. Tutti.

Buon lunedì.

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