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Imputato ma anche teste chiave: il carabiniere Francesco Tedesco sarà sentito in Corte d’Assise oggi, 8 aprile nell’udienza del processo per l’omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi. Per la prima volta il racconto del pestaggio del detenuto verrà ascoltato in aula dalla voce di uno dei protagonisti di quella notte. È il momento più atroce dell’intera vicenda e forse il più importante visto che da quel momento è scattata, secondo l’inchiesta della procura di Roma, una potente macchina di depistaggio che ha «truccato la partita», parole della pubblica accusa. Dall’aggiustamento di alcuni verbali allo sbianchettamento del passaggio di Cucchi nella caserma in cui subì il pestaggio, fino all’indicazione delle cause della morte nella magrezza tossica dell’arrestato prima ancora che fossero nominati i periti che, poco dopo, obbediranno all’indicazione di «non attribuire il processo a traumi».
Con le sue dichiarazioni, Tedesco – nato a Brindisi meno di tre mesi prima di Stefano Cucchi, nel 1981 – ha dato una svolta alle indagini e probabilmente ribadirà quanto ha denunciato nel luglio scorso davanti al pm Musarò puntando l’indice sugli altri due colleghi accusati come lui di omicidio preterintenzionale, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro.
«Fu un’azione combinata. Cucchi prima iniziò a perdere l’equilibrio per il calcio di D’Alessandro poi ci fu la violenta spinta di Di Bernardo che gli fece perdere l’equilibrio provocandone una violenta caduta sul bacino. Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di avere sentito il rumore. Spinsi Di Bernardo ma D’Alessandro colpì con un calcio in faccia Cucchi mentre questi era sdraiato a terra. Gli dissi “basta, che cazzo fate, non vi permettete”. (…)». «Colpiva Cucchi con uno schiaffo violento in volto» e l’altro «gli dava un forte calcio con la punta del piede», si legge negli stralci del verbale di interrogatorio del carabiniere. «Il muro è stato abbattuto. Ora sappiamo e saranno in tanti a dover chiedere scusa a Stefano e alla famiglia Cucchi», commentò in un post Ilaria Cucchi. La testimonianza di Tedesco conferma l’ipotesi della procura quando scrive che «fu scientificamente orchestrata una strategia finalizzata a ostacolare l’esatta ricostruzione dei fatti e l’identificazione dei responsabili per allontanare i sospetti dei carabinieri appartenenti al comando stazione Appia». Nella ricostruzione decisa dai carabinieri «non si diede atto della presenza dei carabinieri Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo nella fase dell’arresto di Cucchi. Il nominato dei due militari infatti non compariva nel verbale di arresto, pur essendo gli stessi pacificamente intervenuti già al momento dell’arresto e pur avendo partecipato a tutti gli atti successivi». Infine l’inchiesta interna fu quanto mai blanda, più funzionale alla strategia di cui sopra piuttosto che all’accertamento dei fatti.
Per questo, al processo bis per l’omicidio, si è affiancata un’inchiesta sui depistaggi e falsi documenti legati alla vicenda del giovane fin dal suo arresto. «L’atteggiamento reticente e non particolarmente collaborativo di alcuni testi è visibile», ha rilevato il pm Giovanni Musarò nell’udienza scorsa riferito alla facoltà di non rispondere di cui si sono avvalsi gli ufficiali indagati nel secondo procedimento. «Ma la prova davanti a questa Corte è stata condizionata da quei depistaggi», ha osservato la pubblica accusa.
Musarò ha depositato nel fascicolo del dibattimento una serie di note riguardanti documenti su Cucchi, sottoscritte da ufficiali dell’Arma che nel corso del processo si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. L’ultimo dei quali è il tenente colonnello Francesco Cavallo, nel 2009 capo ufficio comando del Gruppo carabinieri di Roma, indagato per falso nell’ambito dell’inchiesta sui depistaggi. Ha potuto non rendere l’esame in quanto l’ufficiale dell’Arma è uno degli indagati per la vicenda dei depistaggi che avrebbe caratterizzato la vicenda; nei confronti di 8 militari a metà mese la procura ha depositato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. In aula sono però emersi altri dubbi su quanto successe il 4 novembre del 2015, quando il capitano Tiziano Testarmata (poi indagato nell’inchiesta sui depistaggi) si presentò presso la Compagnia Casilina per acquisire una serie di atti. Il tenente Carmelo Beringheli, comandante del nucleo operativo della compagnia di Roma Casilina ha ribadito di avere invitato allora Testarmata a prelevare il registro del fotosegnalamento in originale. Ma il suggerimento non sarebbe stato accolto e di quel registro, dove il nome di Cucchi risultava sbianchettato, fu fatta solo una fotocopia.
«Nel novembre 2015 venne alla Compagnia Casilina il capitano Tiziana Testarmata; mi disse che aveva bisogno del registro dello Spis con riferimento al 2009, e dei cartellini fotosegnaletici e dattiloscopici», ha spiegato il tenente. E si è tornato a parlare di quella riga sbianchettata sotto la quale compariva il nome di Stefano Cucchi. «Non potevo avere la certezza che sotto la parte sbianchettata ci fosse il nominativo di Cucchi, però il sospetto era fortissimo. Dissi che quel registro secondo me andava sequestrato. A me sembrò assurdo che non avessero sequestrato quel registro in originale; rappresentai le mie perplessità al capitano Testarmata, che non mi rispose», aggiunse. Invece inizialmente fu acquisito “in copia” fino a quando «dopo un po’ di tempo tornò il capitano Testarmata e questa volta ci chiesero di consegnare l’originale. Sinceramente me l’aspettavo». «Trovai strano e assurdo che il registro delle persone sottoposte a fotosegnalamento non venisse portato via in originale -ha detto in udienza Beringheli – era evidente che il registro delle persone sottoposte a fotosegnalamento della Compagnia di Roma Casilina era stato sbianchettato. E al capitano Tiziano Testarmata (già comandante del nucleo investigativo, ndr) feci presente che il registro in originale, e non solo la fotocopia, andasse acquisito e consegnato alla magistratura per essere sottoposto ad accertamenti», ha aggiunto Beringheli ribadendo di avere invitato Testarmata, quando il 4 novembre del 2015 si presentò presso la Compagnia Casilina per acquisire una serie di atti, a prelevare il registro in originale: «Secondo me, quello che la magistratura cercava stava proprio in quelle carte che davano conto del passaggio di Cucchi dalla Compagnia alla sala Spis nella giornata del 16 ottobre del 2009 (quando fu arrestato, ndr)».
Resta cruciale anche il nodo sulle cause della morte del detenuto. La Corte d’Assise ha deciso di acquisire agli atti la perizia che era stata effettuata nell’ambito dell’altro procedimento, dove sono imputati i medici.

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