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Cos’è tutta questa mal sopportazione per i disperati, di qualsiasi colore siano, di qualsiasi nazione, che siano profughi o rom, che siano pure italiani se esibizionisti troppo straccioni? La paura. La paura della fragilità con cui un bel pezzo del Paese non riesce a fare i conti, non vorrebbe vederli, vorrebbe che sparissero con uno schiocco di dita per avere conferma anche visiva, quasi tattile direi, che davvero tutto va bene, che davvero la ripresa è arrivata o comunque presto arriverà e che quelle fragilità che sono esplose in disperazione e povertà non sono mica colpa nostra. Che non c’entriamo niente, noi.

Che non c’entriamo niente con l’essere stati predoni dell’Africa per secoli e ora, come il debitore che non risponde al citofono vorremmo che di corsa qualcuno ci dia qualche altra spiegazione plausibile. Che non c’entriamo niente con la disperazione di chi è disperato non solo perché povero ma perché da povero, qui da noi, diventi uno scarto che è meglio che non si faccia troppo vedere in giro, un percolato che sarebbe da raccogliere in un’immensa discarica dei poveri, costruita fuori città, invisibile anche dall’autostrada, che metterebbe tutti con l’animo in pace.

Cos’è questo coprire gli occhi ai nostri figli di fronte a qualche mendicante troppo cencioso incrociato per le vie del centro prima che venga rimosso da qualche solerte vigile urbano? Paura. Solo paura di quello che continuiamo a fare noi risolvendoci con la soddisfazione che un calciatore qualsiasi paghi la mensa a quella bambina in lacrime all’angolo della mensa o che qualche altra Ong si sporchi le mani con gli italiani (sì, italiani, chiedete a Emergency) che non hanno nemmeno i soldi per meritarsi le cure di base.

Diciamo la verità. Ci fanno spavento i poveri. Ci fanno spavento i disperati. Ci fanno spavento i nullatenenti perché in fondo, anche se troppo in fondo, sepolto dalla ferocia e dal attivismo, abbiamo ancora perfettamente funzionante il meccanismo del senso di colpa, della coscienza e dell’etica che stiamo masticando da anni ma per fortuna non riusciamo a mandare giù. Per fortuna.

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