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È il 7 aprile del 1992 quando arriva in aula del Parlamento europeo la risoluzione (relatori un popolare e un laburista) che dà il proprio via libera al Trattato di Maastricht. È un Parlamento di 518 seggi perché i Paesi sono 12 e vede una netta maggioranza dei socialisti che hanno 180 eletti contro i 122 dei popolari. Il Trattato di Maastricht arriva dopo un lungo percorso durante il quale le spinte democratiche e federaliste espresse in particolare da Spinelli e che hanno vissuto anche nel Parlamento sono state sostanzialmente svuotate in nome di un percorso fortemente intergovernativo e che ha messo al centro l’unione economica. Che peraltro si è fatta molto ideologica, liberista, e, su impulso tedesco, assai monetaristica.

Di fatto lo scambio tra Francia e Germania fu accelerazione in cambio di rigidità di parametri. Quello che arriva in aula è un testo ben lontano da quanto si era proposto da parte di Spinelli. Ed è un testo che mostra come la politica sia destinata a cambiare proprio in questi passaggi. Al momento del voto che invita gli Stati membri alla ratifica i favorevoli sono 235, i no 64, gli astenuti 32. Colpiscono anche le molte assenze (anche di italiani compresi gli eletti della Lega) per un testo così storico. A favore si esprimono socialisti, popolari e liberali. Si astengono alleanza democratica europea e democratici europei. Confluiscono nel sì i parlamentari italiani eletti nella Dc e nel Psi ma anche i parlamentari del Pds che erano stati eletti come Pci e che avevano un gruppo proprio di sinistra unitaria in attesa di passare al gruppo socialista. Non li seguono i parlamentari che avevano scelto il Prc.

Votano contro i comunisti della coalizione della sinistra. E votano contro anche i verdi (in cui c’era anche Democrazia proletaria), più legati al progetto democratico. E poi le destre. A distanza di 20 anni arriva l’austerity che fa pagare il conto più salato delle scelte fatte con Maastricht. Si vota prima il six pack, poi il two pack e infine il Fiscal Compact. Sono il complesso delle norme che danno una stretta fortissima sulle politiche e stabiliscono una ferrea vigilanza. I rapporti di forza sono cambiati anche a seguito delle scelte fatte (sebbene c’è chi si dà l’alibi dell’allargamento) e i popolari sono i più forti. Il six pack vede un poco di polemica che porta i socialisti a votare contro 4 misure e astenersi su una. Ma votano a favore di quella più pesante che riguarda il monitoraggio e la correzione dei bilanci nazionali. Fanno “peggio” i verdi che mentre avevano votato contro ai tempi di Maastricht ora si sono “allineati” e approvano tre norme, si astengono su una e votano no a due.

Ma non è che a destra siano molto diversi, anzi. La Lega si astiene su tutto nonostante stia in un gruppo che vota contro. I sovranisti del Pis polacco e gli ungheresi di Orban addirittura votano a favore. Sul two pack che va a completare la governance dell’austerity, i socialisti rientrano del tutto e votano due si come i verdi. Lo stesso fanno sul Fiscal Compact che completa il quadro. Su two pack e Fiscal Compact la Lega si smarca. Ma poi in Italia vota a favore del pareggio di bilancio in Costituzione che ne è l’epicentro.

Considerazioni un poco tristi. C’era una Europa in cui i socialisti erano maggioranza ma che ha deciso di costruirsi secondo criteri che con i valori europei, e delle sinistre, non c’entravano niente. Questa Europa è andata a destra e purtroppo si capisce perché.

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