Condividi

Tutto il possibile per evitare l’estradizione mentre il mondo si spacca sulla sorte e sul giudizio nei confronti di Julian Assange. Reporters without borders scrive che «prendere di mira Assange dopo quasi nove anni per il fatto che Wikileaks abbia fornito informazioni (come i cablo della diplomazia Usa) a giornalisti nell’interesse pubblico, sarebbe una misura puramente punitiva, e stabilirebbe un pericoloso precedente per giornalisti, whistleblower (chi denuncia pubblicamente illeciti di un governo o di un’azienda), e altre fonte giornalistiche che gli Usa potrebbero voler perseguire in futuro. La Gran Bretagna deve mantenere una posizione di sani principi rispetto a qualunque richiesta di estradare Assange, e garantirne la protezione secondo le leggi britanniche ed europee rilevanti per il suo contributo al giornalismo».

Il team legale che lo assiste dopo l’arresto, ieri a Londra, conferma la determinazione a opporsi attraverso tutte le vie giudiziarie disponibili alla richiesta d’estradizione presentata dagli Usa alla Gran Bretagna nei confronti del fondatore australiano di Wikileaks per quasi sette anni rifugiato politico nell’ambasciata dell’Ecuador. Estradarlo rappresenterebbe «un precedente pericoloso», ha sottolineato uno dei legali, Jennifer Robinson, citata da diversi media del Regno. Significherebbe aprire le porte alla caccia a qualunque giornalista abbia «pubblicato informazioni vere e verificabili sugli Stati Uniti». Robinson ha visto Assange ieri nella camera di sicurezza della stazione di polizia in cui è stato recluso dopo l’arresto e ne ha raccolto il messaggio di gratitudine verso i numerosi difensori dei diritti umani e sostenitori che si sono mobilitati in suo favore in giro per il mondo. Il 47enne fondatore di Wikileaks non è peraltro parso sorpreso o scioccato dell’accaduto: «Ve l’avevo detto» che finiva così, s’è limitato a dire alla legale. «Amnesty International chiede al Regno Unito di rifiutare di estradare o trasferire in ogni altro modo Assange negli Usa, dove c’è l’assai concreto rischio che egli possa andare incontro a violazioni dei diritti umani, tra cui condizioni detentive che violerebbero il divieto assoluto di tortura e di altri maltrattamenti e un processo iniquo che potrebbe essere seguito dall’esecuzione, a causa del suo lavoro con Wikileaks – dice Massimo Moratti, vicedirettore per le ricerche sull’Europa di Amnesty International -. Le denunce di stupro e di altre forme di violenza sessuale contro Assange dovrebbero essere indagate nel rispetto dei diritti delle denuncianti e dell’imputato e arrivare a processo qualora vi fossero sufficienti prove nei confronti di quest’ultimo. Se la Svezia decidesse di chiedere l’estradizione dal Regno Unito, dovrebbe fornire adeguate garanzie sulla non estradizione o trasferimento in ogni altro modo verso gli Usa». Non è ancora chiaro, per Amnesty, sulla base di quale procedimento formale le forze di polizia di sua maestà siano potute entrare nell’ambasciata dopo che il presidente Moreno ha ritirato l’asilo politico ad Assange.

Sulla linea di Amnesty c’è Jeremy Corbyn, leader dell’opposizione laburista britannica: «L’estradizione di Assange per aver rivelato prove di atrocità in Iraq e in Afghanistan deve avere l’opposizione del governo britannico». Il numero uno del Labour ha voluto rilanciare il video – diffuso a suo tempo da Wikileaks e uscito dagli archivi del Pentagono – che documenta la strage di civili di un raid aereo condotto dagli Usa in territorio iracheno nel 2007. Raid costato la vita fra gli altri anche a due giornalisti dell’agenzia britannica Reuters. «Ora esiste il pericolo reale che il caso possa diventare un modello per i governi che cercano di punire i media per aver esposto prove di abusi – ha detto Arianna Ciccone, fondatrice del Festival internazionale del giornalismo di Perugia, contraria all’estradizione negli Usa – non bisogna dimenticare che tutta la vicenda nasce dalla pubblicazione da parte di Wikileaks delle prove di gravi crimini commessi dall’esercito Usa, in cui persero la vita decine di civili e due giornalisti della Reuters. Chat criptate, cartelle condivise, fonti anonime sono tutte attività normali del giornalismo nell’era digitale. Che queste siano configurate come attività cospirazioniste a carico di Assange per commettere frodi informatiche, potrebbe costituire un pericoloso precedente per i giornalisti di tutto il mondo». Anche dalla Pamela Anderson Foundation, parte la petizione contro l’estradizione del fondatore di Wikileaks negli Usa con la protagonista di Baywatch che rilancia l’hashtag #protectjulian.

Perché Moreno ha sfrattato Assange

Nota di colore, in una giornata piuttosto convulsa, l’assenza del gatto James, che ha fatto a lungo compagnia ad Assange nei suoi 2487 giorni nell’ambasciata. I media britannici, rilanciati dal quotidiano El Universo di Guayaquil, hanno indicato che il felino, visto spesso lo scorso anno alla finestra della stanza di Assange talvolta con vistosi cravattini al collo, è stato portato via da amici del ricercatore nel settembre scorso. La presenza di James era stata uno dei punti di frizione con il personale diplomatico ecuadoriano che aveva chiesto all’ospite in esilio di occuparsi meglio dell’alimentazione e della pulizia della sua mascotte se non voleva che fosse portata via. Ma le note di colore finiscono qui: Marco Consolo, responsabile Area esteri di Rifondazione, ricorda «che Moreno è appena stato messo sotto inchiesta grazie ad intercettazioni telefoniche che hanno messo in evidenza episodi di corruzione in cui sarebbe coinvolto. Intercettazioni di cui Moreno ha accusato direttamente Assange. È evidente che la consegna di Assange, oltre a rappresentare una vendetta nei suoi confronti, dimostra il tradimento di Moreno ai principi della “Rivoluzione ciudadana” iniziata da Correa e la subordinazione del governo Moreno a Washington».

Il ministro degli Esteri dell’Ecuador, José Valencia, è stato più vago illustrando alla sessione plenaria dell’Assemblea nazionale del Paese i nove motivi per cui il governo Moreno ha deciso di revocare asilo e nazionalità ecuadoriana all’attivista australiano. Come riportato dai media ecuadoriani, l’intervento negli affari interni da parte di altri Stati, il cattivo comportamento e la mancanza di rispetto nei confronti dell’Ecuador, le minacce di Assange contro lo Stato ecuadoriano e l’ambasciata, la posizione inalterabile del Regno Unito di non garantire un salvacondotto all’attivista e lo stato di salute di Assange come motivo di preoccupazione sarebbero i primi cinque motivi che hanno portato alla scelta di revocare l’asilo e la nazionalità ad Assange. Le restanti ragioni sono che, secondo Quito, l’asilo non è uno strumento per impedire un processo giudiziario, che al momento della revoca non c’era una richiesta di estradizione, che l’Ecuador ha ricevuto sufficienti garanzie dal Regno Unito per la protezione di Assange e, infine, che ci sarebbero state irregolarità nelle procedure per la concessione della cittadinanza ecuadoriana all’attivista. Intanto, le forze di sicurezza di Quito hanno arrestato una persona vicina al sito web di Wikileaks che stava tentando di partire per il Giappone. «C’è un piano di destabilizzazione in Ecuador che è legato agli interessi geopolitici», ha detto la ministra dell’Interno Maria Paula Romo dopo l’arresto. «Abbiamo la prova di una relazione tra la persona arrestata e Ricardo Patino, che era ministro degli esteri quando a Julian Assange è stato concesso l’asilo», ha aggiunto.

Le garanzie sbandierate da Moreno non convincono Marise Payne, ministra degli Esteri australiana, «totalmente contraria» alla pena di morte e timorosa che Assange, svedese di origini australiane, possa rischiare la pena capitale se estradato negli Usa. Un rappresentante del consolato australiano farà oggi visita al detenuto nella prigione di Londra. Per ora l’uomo è accusato negli Stati Uniti solo di cospirazione informatica, reato che non prevede la condanna capitale, ma i suoi sostenitori temono che contro di lui possano essere mossi altri addebiti.

«Amo Wikileaks»: però dopo queste dichiarazioni nel 2016 in campagna elettorale, Donald Trump non ha mai più accennato ad Assange. La divulgazione di migliaia di email hackerate del partito democratico danneggiarono la sua rivale Hillary Clinton che, infatti, adesso fa la voce grossa: «L’arresto riguarda l’assistenza all’hackeraggio di un computer militare per rubare informazioni dal governo degli Stati Uniti» – ha detto Clinton a New York. «Aspetterò e vedrò cosa succederà, ma deve rispondere per quello che ha fatto». Assange dovrebbe comparire di nuovo nel tribunale il 2 maggio per un’audizione sulla richiesta di estradizione negli Stati Uniti. Anche il ministro della giustizia americano ha chiesto l’estradizione ma la Casa Bianca non ha commentato e il tycoon ha mantenuto un insolito silenzio su Twitter. Incalzato alla Casa Bianca dai cronisti Trump ha glissato scaricando ogni responsabilità sull’attorney general: «Non so nulla di Wikileaks. Non è cosa mia. So che c’è stato qualcosa che ha a che fare con Assange ma non ho un’opinione. Sarà l’attorney general a prendere una decisione». «Se lo vogliono, per me è ok», si era limitato a dire quando il suo ex attorney general Jeff Sessions lo indicò come una priorità per la giustizia Usa. L’atto d’accusa Usa contro Assange risale ad oltre un anno fa, quando fu depositato segretamente ad Alexandria, in Virginia, prima di venire svelato lo scorso novembre per un errore di copia-incolla da parte di un procuratore. Un solo capo di imputazione: cospirazione insieme a Chelsea Manning finalizzata ad hackerare nel 2010 decine di migliaia di documenti classificati legati alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, dall’Afghanistan all’Iran e a Guantanamo, passando per i rapporti con gli alleati. Una delle più colossali fughe di notizie della storia, che mise gravemente in pericolo e in imbarazzo gli Usa. Se condannato, Assange rischia sino a 5 anni, meno di quelli passati nell’ambasciata di Quito. L’accusa infatti è solo quella di pirateria informatica, non di spionaggio, anche se questo non placa le ire dei difensori dei diritti umani. Ma il ministero della giustizia Usa sembra intenzionato a contestare altri reati, che potrebbero aumentare la pena. Barack Obama aveva commutato la pena di 35 anni a Manning, liberandola dopo sette, ma lo scorso mese è tornata in prigione per essersi rifiutata di testimoniare davanti ad un gran giurì ad Alexandria. Segno che i procuratori sono ancora al lavoro.

Assange, Manning e Snowden

La storia recente di Wikileaks è legata ad altri due nomi che hanno fatto tremare e irritare molte cancellerie mondiali e imbarazzando la Casa Bianca: Chelsea Manning ed Edward Snowden. La prima tornata in carcere negli Usa nel marzo scorso dopo che era stata graziata nel gennaio del 2017 da Barack Obama, il secondo fuggito nel 2014 in Russia dove ancora si trova con un permesso di soggiorno e dove nel 2020 potrebbe fare richiesta di cittadinanza. Ma potrebbe essere proprio lui la prossima testa a cadere, se sono vere le indiscrezioni di intelligence secondo cui Putin sarebbe intenzionato a consegnarlo a Trump come gesto di distensione. La storia di Wikileaks parte dal soldato Bradley Manning, che nel 2013 quando era già era stato condannato a 35 anni di carcere decise di diventare donna sottoponendosi a un trattamento ormonale e cambiando il nome in Chelsea. Nel 2009 rubò decine di migliaia di documenti militari e diplomatici riservati, alcuni top secret, trafugati mentre svolgeva il suo incarico di analista di intelligence a Baghdad. Una volta impossessatasi del materiale sensibile – tra cui un video in cui elicotteri Usa uccidevano 12 civili disarmati – Manning le consegnò a Wikileaks. Ed è per questo che Assange era fino ad oggi ricercato e rifugiato nella sede dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. Arrestata e reclusa prima in Kuwait e poi in isolamento nel carcere militare di Quantico, in Virginia, al termine del processo davanti alla corte marziale, Manning riuscì ad evitare la condanna per il capo di accusa più grave, quello di connivenza con il nemico e alto tradimento, reato che prevede la pena di morte. Snowden fece invece esplodere lo scandalo del Datagate che mise molto in difficoltà Obama, quando si scoprì che la Nsa spiava anche diversi leader stranieri di Paesi alleati, come Angela Merkel o Nicolas Sarkozy. Informatico ed ex contractor della Cia, Snowden rivelò pubblicamente dettagli di diversi programmi top-secret di sorveglianza di massa del governo statunitense e britannico, tra cui Prism, diffondendo le carte trafugate con la collaborazione di Glenn Greenwald, giornalista del Guardian.

Le reazioni in Italia

«L’arresto di Assange è una gravissima violazione del diritto internazionale ed un attacco alle libertà individuali. La revoca da parte dell’Ecuador dell’asilo è un atto di una gravità inaudita in spregio ai diritti umani e procedurali e che ha portato il blogger nelle mani dei britannici, senza che sia stato messo nelle condizioni di esercitare i propri diritti», si legge sul blog delle stelle, finestra sul mondo M5S che, con ogni evidenza difende la libertà di stampa solo se viene esercitata a diverse migliaia di chilometri dal nostro Paese. «Le democrazie non devono mai avere paura della trasparenza e della libertà. Assange – per l’house organ dei cinquestelle – con grande coraggio con la sua azione ha svelato le condotte illegali o minacciose di organi istituzionali e potentissime lobby». Più coerente il Pd, che non ha mai brillato né per il rispetto della libertà di stampa né per l’autonomia da Washignton: «Qual è la posizione del ministro degli Esteri del governo italiano riguardo l’arresto di Assange? La posizione del governo italiano è quella espressa dal sottosegretario agli Affari esteri, Manlio Di Stefano, esponente 5 Stelle, il quale ha dichiarato che l’arresto è “una inquietante manifestazione di insofferenza verso chi promuove trasparenza e libertà”?», domandano al ministro Moavero Milanesi i deputati Dem Lia Quartapelle, capogruppo in commissione Esteri, e Andrea Romano, preoccupati per le molteplici prese di posizione di esponenti del governo russo, «Paese che non brilla certo per il rispetto dei diritti dei dissenzienti e per la libertà di stampa, tra cui quella dello stesso portavoce di Vladimir Putin, Dmitrij Peskov». Anche Maurizio Gasparri, postfascista transitato in Forza Italia, considera «raccapricciante vedere gente che va addirittura in televisione a difendere Assange. Una persona pericolosa, che deve essere processata e condannata duramente, non solo dagli Stati Uniti ma da tutta la comunità internazionale. Chi lo difende merita il disprezzo più totale. Perché è gente che ha comportamenti analoghi. Che ha usato la tecnologia in modo intollerabile. Assange – conclude l’ex ministro delle Comunicazioni del penultimo governoBerlusconi – deve essere punito con rapidità ed in modo esemplare. E chi lo difende va controllato e indagato perché potrebbe nascondere qualcosa di illegale».

Commenti

commenti

Condividi