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«Il mio corpo non sarà più sessuale quando lo decidete voi, sarà politico quando deciderò io». Così Inna Shevchenko, leader ventottenne di FEMEN, ha spiegato al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia la filosofia che c’è dietro al suo movimento. Nel 2019 FEMEN compie dieci anni di attività di protesta contro la società machista. Il movimento femminista di origine ucraina è passato alla storia per le foto che ritraevano le sue attiviste in topless, giudicate spesso dall’opinione pubblica come esibizioniste. Ma dietro FEMEN c’è di più, e Shevchenko l’ha spiegato chiaramente. La chiave per interpretare la scelta della nudità è da ricercare nella poca volontà di ascoltare ciò che le donne hanno da dire e la molta voglia, invece, della parte maschilista della società di osservare i loro corpi. Da qui l’idea: perché non utilizzare la propria figura e trasformarla in un “poster politico”? La nudità, sostiene Shevchenko, non è un fine ma il mezzo per rivendicare la proprietà sul corpo di donna che spetta solo alle dirette interessate. Un tema più che mai attuale, visti i ripetuti attacchi in Italia (ma non solo) alle leggi che regolano l’interruzione volontaria di gravidanza.
All’inizio, le proteste di FEMEN non prevedevano la scrittura di slogan sul proprio corpo, ma su normalissimi cartelli. Quando poi i fotografi di tutto il mondo hanno deciso di tagliare la parte politica dalla foto, lasciando solo l’immagine di giovani ragazze seminude con le braccia verso il cielo, Inna Shevchenko e le sue compagne di lotta hanno deciso di trasformarsi in poster umani. Visto che il corpo femminile è al centro di continui dibattiti, non sempre a beneficio delle legittime proprietarie, FEMEN ha deciso di provocare, appunto, non nel senso sessuale del termine. Lo scopo del movimento è quello di dar vita a una discussione su temi che troppo spesso vengono considerati secondari, come i diritti delle donne.
Alla questione dell’essere offensive nei confronti della religione, obiezione che spesso è stata rivolta alle attiviste di FEMEN, Inna Shevchenko ha risposto dicendo che si sente offesa ogni giorno dalle discriminazioni portate avanti dalla politica e dalle religioni nei confronti delle donne. Ma zittire chi ci disturba non è la chiave per far sparire l’elefante nella stanza. Non c’è nessun odio nei confronti della religione in generale, quindi, ma solo il desiderio di lottare contro le discriminazioni, anche all’interno dell’apparato religioso stesso. È stata citata la notizia della denuncia da parte di un gruppo di suore nei confronti di alcuni superiori maschi che hanno abusato ripetutamente di loro. Le proteste di FEMEN sono anche a loro beneficio, dice Shevchenko, perché il movimento appoggia tutte le donne che hanno il coraggio di ribellarsi ai soprusi.
FEMEN non è un’organizzazione femminista perfetta, ma si colloca nel più ampio scenario della lotta delle donne per non dover più combattere per vedersi riconosciute cose che per gli uomini sono scontate. La scelta di utilizzare uno strumento così d’impatto come il proprio corpo è stata di un coraggio disarmante, se pensiamo che FEMEN è nata nell’Ucraina del 2009, in un contesto a dir poco conservatore. Dopo il periodo di risveglio delle coscienze rappresentato dalla Rivoluzione arancione del 2004, forma di protesta non violenta contro gli abusi di potere, la giovane Inna ha deciso di studiare giornalismo e di attivarsi per fare la differenza. Una scelta, la seconda, che le è costata innumerevoli arresti e torture (considerando che all’epoca della nascita di FEMEN aveva solo 19 anni), fino all’esilio definitivo in Francia nel 2012. Ma questo non l’ha mai fermata, anzi. La lotta in Ucraina continua ad opera di quelle che ha chiamato “la nuova generazione di attiviste”, mentre lei parla emozionata del movimento che ha fondato. La rivoluzione delle donne è una lotta permanente, ha detto incoraggiante. In Italia la sfida è stata raccolta da tante organizzazioni femministe (e no, ci dice Inna, “femminista” non è un insulto come suggerisce la lettura machista), in un momento difficile in cui bisogna destreggiarsi tra il Congresso mondiale delle famiglie a Verona e la minaccia dell’approvazione del Ddl Pillon. Alla domanda se crede che la lotta alle discriminazioni possa avere successo, Shevchenko ha risposto che lei ne è convinta, perché bisogna essere un po’ dei sognatori per combattere (e vincere) queste battaglie. E allora sogniamo tutte insieme.

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